Il Tirreno

«Si pensi a una riforma del ruolo di Arpat»

«Si pensi a una riforma del ruolo di Arpat»

Il presidente uscente di Scapigliato fa il punto sui rifiuti Non solo conferimenti in discarica ma “Fabbrica del futuro”

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ROSIGNANO.  In maniera informale si potrebbero anche chiamare le “memorie” di Alessandro Giari. Di fatto il sindaco di Castellina, che ha appena lasciato l’incarico di presidente e amministratore delegato della società che gestisce gli impianti di Scapigliato, prima di passare il testimone ai suoi successori, ha realizzato una sorta di pamphlet in cui racconta gli anni - poco più di sei - trascorsi alla guida dell’importante società che si occupa di rifiuti. Il bilancio consuntivo del 2021 ha avuto un utile di 3milioni e 800mila. Molti i progetti conclusi e altri avviati. “Sei anni di lavoro per trasformare la vecchia discarica nella nuova “Fabbrica del futuro”. Ce l’abbiamo fatta? Ce la faremo?». E’ il titolo della relazione che Giari ha consegnato all’assemblea dei soci dell’azienda pubblica. «E’ stata senza dubbio un’esperienza interessante – comincia Giari – ma che stress ogni volta ritrovarsi sotto indagine, pur sapendo di avere operato nel rispetto delle regole». Questo è il momento per tornare a sollecitare una riforma delle agenzie di protezione ambientale. «Quando mi ero insediato come amministratore unico alla fine del 2015, chiesi al sindaco che mi aveva nominato: “Oh! Ma è tutto a posto? Problemi?”. Lui mi rispose: “Ad oggi tutto tranquillo, nessun problema”. Una settimana dopo, alle 6.30 di mattina suona il telefono: “Giari? Deve venire a Scapigliato”. E io: “Che c’è?”. “Ci sono dodici agenti di polizia giudiziaria”».

È cominciata così. Il riferimento è alla presunta illegittimità del pulper di cartiera, «le presunte centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti illegittimi di Lonzi, il presunto liquame sversato in discarica (che peraltro non era che il nostro percolato ricircolato), la frana colposa (che non è mai franata) e le decine e decine di contenziosi, Arpat, le diffide degli uffici regionali. Tanti indagati, «alcuni rinviati a giudizio, ma certamente tutti stressati da oltre 60 interventi di ispezione, sequestro, sopralluogo, verifica da parte delle autorità Arpat, Regione, Procura della Repubblica».

A questo punto Giari si può permettere di rompere anche il silenzio.

«In questi anni abbiamo operato garantendo correttezza, trasparenza, rispetto formale e sostanziale della legalità e perseguendo sempre obiettivi di interesse generale. E ad oggi nessuno ha mai potuto dimostrare il contrario» aggiunge il sindaco di Castellina, rammaricato di essere finito al centro di indagini di cui - ammette - non comprende il fine.

«C’è qualcosa che non gira bene nel sistema. Bisognerà capirlo, perché così è un problema serio. La dinamica del “facciamo di ogni erba un fascio” e non essere in grado di distinguere bene la patologia vera dalla capziosità delle interpretazioni normative o dalla banalità delle classificazioni dei codici, può arrecare un danno enorme ad un sistema pubblico che basa la sua attività e la sua gestione sui principi di correttezza e legalità, e lo spinge invece verso un baratro dove non si distingue più l’attività mafiosa e criminale dall’interpretazione di un codice giusto o sbagliato di classificazione di un rifiuto».

Processi che durano anni e anni, con un danno che arriva non alla fine, ma al momento dell’avvio delle inchieste. Che fare?. «Ecco questo è il punto. Semplificare normativamente. Eliminare il rischio (che è una certezza) della discrezionalità delle interpretazioni normative e tecniche». Da qui la richiesta di rivedere il ruolo di Arpat. «Non ho dubbi – aggiunge Giari – occorre modificare lo status di un organismo come Arpat che più che un’agenzia regionale che supporta le politiche e le azioni di tutela ambientale, è diventato un concentrato di agenti di polizia giudiziaria che non possono suggerire, collaborare, proporre correzioni e miglioramenti ai processi produttivi, come sarebbe auspicabile e necessario, in particolar modo nei confronti di strutture pubbliche, ma solo avviare procedimenti e avvisi di garanzia, perché vincolati dall’obbligo di denuncia nel momento in cui si ravvisi l’ipotesi di reato». Insomma, oltre alle funzioni di controllo ce ne vorrebbero altre di “consulenza”, di prevenzione e gestione delle diverse situazioni che si possono presentare. «Dico questo poiché nel settore dei rifiuti, qualsiasi “scostamento” dalla corretta interpretazione della norma si palesa come reato. Allora la vita è dura per tutti. E quando c’è odore di penale scattano tutti i meccanismi di autotutela. Il penale è personale, e nessuno vuol rischiare che la tolleranza, l’interpretazione ragionevole della norma o del regolamento, possano essere interpretate come acquiescenza, o meglio, come collusione con il presunto reato. È chiaro cosa accade in questi casi. La dimensione più flessibile è pari a quella di un palo di ferro da cinque centimetri di diametro. Lo slalom è proprio questo: fare il proprio lavoro, occuparsi dell’azienda, perseguire risultati, mantenere la visione dell’orizzonte, cercando ogni giorno di prendere meno “randellate” possibili in testa». Il problema non è personale, ribadisce l’amministratore, ma di sistema. «E allora, forse, la politica, il Governo, il legislatore avrebbero un po’ di lavoro da fare se capissero bene di quale problema si tratta».

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