Sicurezza
«Quale inclusione... Qui siamo ancora nel Medioevo. C’è solo pietismo»
Le associazioni dei portatori di handicap accusano Trenitalia e le istituzioni: «Vogliamo diritti, non elemosine»
CECINA. Sentiamo sempre parlare di inclusione, sin dalla tenera età. E la questione ci coinvolge, siamo tutti consapevoli dell’importanza delle associazioni che lavorano in questo ambito e saremmo disposti a fare qualsiasi cosa nel nome dell’inclusione. Almeno fino a che la cosa non ci tocca in prima persona: e quello che è successo ai 27 ragazzi disabili in viaggio in treno con il gruppo Haccade ne è la prova. «Quanto accaduto sulla tratta del regionale 3075, con tanto di posti inutilmente prenotati, è un fatto gravissimo – scrive Iacopo Melio, attivista per i diritti umani e civili e fondatore della onlus Vorrei prendere il treno – Purtroppo, però, è solo la punta più esasperante di un iceberg che troviamo ovunque, sotto la pelle della società, e che ogni giorno continuiamo a ignorare con i nostri atteggiamenti sbagliati, spesso senza accorgercene. Perché sì, anche se non piace sentirselo dire: se c’è chi ancora ruba diritti a delle minoranze è anche colpa nostra, perché non siamo stati in grado di raccontarle quelle minoranze e di cambiare la cultura sbagliata che vi sta intorno, offrendo strumenti e tutele adeguate».
«Questo evento ha scatenato esattamente l’opposto di un possibile obiettivo: ovviamente questo fatto non doveva succedere, ma la misura della non inclusione è data dagli articoli che ho letto – dichiara Vincenza Zagaria, presidente dell’associazione Vita indipendente – Non ho trovato purtroppo, in nessun articolo, un concetto includente. L’atteggiamento che si è scatenato è stato di pietismo, quando invece qui c’erano due responsabilità molto chiare: Trenitalia che non ha riparato la carrozza e quindi ha venduto più biglietti di quelli che poteva trasportare e la Polfer. Quindi questi sono i due responsabili e quello che dobbiamo fare è denunciare. Il problema è che culturalmente, finché continueremo a parlare di disabilità come disgrazia, come degli sfigati a cui bisogna dare tutta la nostra umanità, non riusciremo mai ad uscire da questo atteggiamento pietistico e un domani ci saranno altri eventi che ci escluderanno», spiega la presidente dell’associazione. «Quello che costruisce l’inclusione – precisa Zagaria – è l’applicazione delle leggi che già esistono e che sono delle belle leggi rispetto ad altri paesi. Io in base alla patologia non devo essere discriminata, ma devo essere messa nelle condizioni di poter agire nella società come tutti gli altri cittadini. Quindi i passeggeri non si dovevano alzare da quei posti per pietà, perché spettavano a dei disabili, sarebbero dovuti alzarsi per il principio per cui quei posti erano prenotati».
«A livello di inclusione e di integrazione purtroppo siamo sempre nel medioevo – dichiara Alessandra Aliboni, presidentessa dell’associazione Progett-Abile – le famiglie si trovano da sole ad affrontare questa situazione. Oltre a gestire questa associazione, ho una figlia di 13 anni che alla nascita era sana, ma a causa della leucemia tutto è cambiato: quindi è 12 anni che ci troviamo a vivere questa vita con l’aiuto praticamente di quasi nessuno tranne noi stessi. E posso aggiungere che i servizi sono sempre stati scarsi, a 13 anni diventano inesistenti. La prima cosa che mi viene da dire a livello personale quando si parla di inclusione – specifica Aliboni – è che innanzitutto quello che si identifica con “diverso” è una persona. È una persona che ha una vita, che ha una storia. E forse è proprio da questa concezione che partono le incompresioni, è proprio nel sistema la cosa che non funziona, il difetto. Non si pensa che questa sia una persona che è inserita in un contesto di vita, che è inserita in una comunità, e al di là della patologia che può avere, della condizione che può avere, deve vivere la propria vita e la deve portare avanti come essere umano».
«Quello che è successo a Haccade è un fatto eclatante – dichiara Mariangela Caciagli, presidente dell’associazione 6 il mio amico speciale – ma le associazioni e soprattutto le famiglie devono fare i conti con la quotidianità: le persone non guardano, e non ascoltano ciò che hanno intorno. In Italia ci sono tante leggi, bellissime, tutte a pro della disabilità, il problema è che queste leggi non vengono prese in considerazione e nemmeno attuate» spiega. «Quello che è sconcertante e che a poco a che vedere con l’inclusione – spiega Valentina Vagelli, consigliera dell’associazione 6 il mio amico speciale – è che nel 2022, per un ragazzo con una persona con disabilità, qualsiasi essa sia, diventa un’impresa spostarsi con i mezzi pubblici, specialmente in treno. È vero che il vagone era pieno ed è altrettanto vero che le persone avrebbero potuto alzarsi, ma è possibile che non ci sia nessuno che controlli che quei posti dovevano essere riservati?» si domanda la consigliera e aggiunge che «una persona con disabilità deve essere tutelata anche nei giorni di festività, perché come tutte le altre, anche lei si sposta e viaggia. Non si può pensare che siccome sono giorni di festa, le persone con disabilità non dovrebbero spostarsi. Ribadisco che è piuttosto deprimente che nel 2022 sia impossibile per una persona con disabilità affrontare una situazione piacevole, di svago, con serenità, in viaggio».
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