Gioco
Caporalato, testimone ritratta il giudice rinvia gli atti alla Procura
«Sono stato costretto a fare quelle accuse, posso documentarlo, ho registrato l’interrogatorio»
PISA. «Non siamo stati sfruttati, ci pagavano regolarmente». Al processo in corso in tribunale a Pisa contro uno di due fratelli sardi, accusati, all’inizio del 2019, di avere assunto degli stranieri, per svolgere mansioni agricole uno dei testimoni ha ritrattato. Al momento delle indagini sembrava infatti che il datore di lavoro, approfittando dello stato di bisogno, trattandosi di migrante con permesso di soggiorno per motivi umanitari, avesse costretto il migrante a turni di lavoro molto pesanti. Secondo l’accusa sostenuta dal pm Giovanni Porpora, gli avrebbe imposto turni di lavoro massacranti, 15 ore al giorno, senza concedergli un riposo, ferie o altro e pagandolo 500 euro al mese. Una somma inadeguata rispetto al lavoro da lui svolto. Non solo: sempre secondo l’accusa, il datore di lavoro lo avrebbe ospitato in un fienile, senza corrente elettrica e servizi igienici, privo dei minimi requisiti igienici. L’indagine del nucleo carabinieri presso l’ispettorato del lavoro riguardava irregolarità avvenute nel corso del 2018. Il primo caso di caporalato scoperto in provincia di Pisa, spiegò la Procura, in particolare a Pomarance e nella bassa Val di Cecina e Monteverdi. Durante l’ultima udienza c’è stato un fatto nuovo. Un testimone dell’accusa ha ritrattato quanto aveva detto in precedenza. «Sono stato costretto a dire che quel lavoratore veniva tenuto in condizioni disumane ed a sostenere che fosse sfruttato. Mi hanno fatto molte pressioni durante l’acquisizione della mia testimonianza, mi hanno minacciato perfino di non permettere il rilascio del mio permesso di soggiorno (anche il testimone è un lavoratore straniero) , così sono stato costretto a dire quelle accuse». Il testimone, in udienza ha dichiarato di avere una registrazione della conversazione in caserma, utile a ricostruire, ed il giudice, Susanna Messina, ha mandato gli atti in Procura. Se quest’ultima lo riterrà necessario, potrà avviare un’indagine parallela ed acquisirà il contenuto della pen drive. Il testimone ha proseguito descrivendo una situazione diversa da quella prospettata dall’accusa. «Ovvero che il lavoratore sfruttato, avesse in realtà (come accertato in atti di indagine, nonché dalle testimonianze rese in processo dagli operanti) non soltanto un regolare contratto con il datore di lavoro, ma anche e soprattutto regolari buste paga», spiega l’avvocato Marta Rossi di Cecina, difensore dell’imputato che vive a Pomarance. Parole che sono suonate strane nell’aula di giustizia e, come abbiamo detto, hanno indotto il giudice a disporre l’invio degli atti alla Procura per valutare le affermazioni del testimone ed eventuali profili di responsabilità nei confronti di chi ha svolto le indagini. La storia, quando i due fratelli vennero denunciati, fece molto scalpore.
«Alla penultima udienza, in qualità di difesa dell’imputato – spiegano Marta Rossi del Foro di Livorno e l’avvocato Paolo Cantore di Roma – non volemmo sbilanciarci perché l’istruttoria non era ancora entrata nel vivo. Noi abbiamo sempre sostenuto che ci fossero lacune dell’impianto accusatorio e pregiudizi investigativi, ma ora cominciano ad emergere con chiarezza. L’impianto accusatorio si fonda su indagini effettuate in tre soli appostamenti di poche ore, e su 4 testimonianze: una della persona offesa, due degli operanti, e l’ultima di questo testimone. Durante queste testimonianze è emerso con chiarezza che il lavoratore sfruttato, avesse in realtà (ed è prodotto in atti delle indagini svolte) un regolare contratto di lavoro, non sono emerse risultanze che provassero che fosse stato costretto a stare nell’annesso agricolo (ed anzi, non soltanto gli operanti non hanno accertato che il datore di lavoro sapesse che il lavoratore utilizzasse tale annesso per fermarsi a dormire saltuariamente – perché di fatto residente a Campiglia Marittima presso il centro di accoglienza) , ma il testimone – che lavorava e lavora tutt’ora alle dipendenze del medesimo datore di lavoro, sostiene che il titolare non solo non avesse costretto la persona offesa a dormire lì, ma neppure ne fosse a conoscenza. Inoltre nessuno dei testimoni sentiti, è stato in grado di testimoniare che il lavoratore avesse lavorato più di quanto indicato (e regolarmente pagato) nelle buste paga consegnate» concludono i legali. Intanto la persona offesa non si trova e non si è ancora presentata per rendere dichiarazioni.
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