Sicurezza
Luppolo di mare, l’azienda di Rosignano che fa birra per passione
Nata appena prima dell’arrivo della pandemia, è formata da un gruppo di amici. «È gratificante realizzare un prodotto dal niente. E ora pensiamo al biologico»
Rosignano. Belga o tedesca, bionda o rossa, filtrata o doppio malto. È una delle bevande preferite dagli italiani, e non solo. È la birra, compagna ideale di pizza o, per chi apprezza i sapori teutonici, di wurstel e crauti. Era, ed è, anche la passione di un gruppo di ragazzi che ha avviato un’azienda agricola. Un piccolo birrificio. «Il primo birrificio agricolo della provincia di Livorno», affermano con un pizzico di orgoglio (come anticipato dal magazine online Badalì). Non è l’unica fonte di reddito per loro. Almeno per ora. Ma sperano tanto che, prima o poi, lo diventi. Per il momento è come un figlio appena nato, una piantina spuntata dal terreno. Da curare e coltivare ogni giorno.
«Ad oggi abbiamo tre ettari coltivati a orzo, ma l’idea è di allargarsi – spiega Francesco Serretti, rosignanese di 43 anni – Tutto è nato perché ci piaceva l’idea dell’azienda agricola e di un lavoro slowly. Io ho avuto un bar pizzeria e avevo cominciato a vendere birre artigianali invece delle classiche. Pian piano ho incontrato altre persone, altri appassionati. Uno di loro sapeva fare la birra, abbiamo iniziato a farla per noi, insieme, e ha insegnato a tutti come fare. Da lì è nata la scintilla, l’idea che, mettendo insieme le competenze, avremmo potuto creare qualcosa di bello. Alla fine abbiamo ristrutturato un annesso agricolo, tutto da noi. L’abbiamo ampliato; dove c’era una baracca, è nato il magazzino. E il sogno è diventato realtà. Facciamo birra ad alta fermentazione e abbiamo per ora sei stili diversi. E credo che qui ci fermeremo per non mettere troppa carne al fuoco. Abbiamo, però, già cominciato a fare la coltivazione del luppolo sperimentale in modo da avere un prodotto completamente fatto da noi, e stiamo provando la strada del biologico. Un cammino abbastanza lungo e complicato, pieno di norme da rispettare, com’è giusto che sia».
Francesco e soci fanno tutto da soli: coltivano l’orzo e, in collaborazione con un consorzio, riprendono il malto per lavorarlo. Poi c’è da fare le etichette e da dare il nome alla birra. E qui ci son sempre storie particolari dietro. Chissà, per dire, quale mistero si nasconde dietro la Capitan Gorilla, oppure alle spalle della Sottomarina? Così come è caratteristico il nome stesso del birrificio: Luppolo di mare. «Perché siamo su un territorio agricolo vicino al mare», dice Francesco.
Un terreno in località Maccetti, sulla statale 206, dove sono presenti le argille azzurre, «favolose per la coltivazione delle graminacee e dall’alta resa proteica – informa Francesco – Abbiamo iniziato appena prima dell’arrivo della pandemia, e in un batter d’occhio siamo finiti tutti in lockdown. Una gioia proprio. Eravamo partiti per fare fiere e feste, e abbiamo convertito con la vendita diretta e ai locali quando hanno riaperto. Abbiamo un impianto da 300 litri e andiamo in doppia coppia, per una produzione mensile di 6mila bottiglie. Cosa c’è di bello in questo lavoro? Il fatto di creare qualcosa dal niente. Un prodotto studiato dall’inizio alla fine, secondo la massima artigianalità. È una grande soddisfazione». Ma a forza di far birra, non viene a noia? «Per nulla – conclude Francesco – Anzi. Il problema è la linea, noi maschi mettiamo il buzzetto».
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