Gioco
Addio a Fogli magnifico mediano che amava il mare di San Vincenzo
Gli amici lo ricordano un campione dentro e fuori dal campo «Un uomo umile e gentile, da lui mai una maldicenza»
Francesca Lenzi
san vincenzo. Giocatore eccezionale, uomo umile e gentile, amico disponibile.
Chi senti senti, è questo il ritratto che vien fuori di Romano Fogli, scomparso ieri a 83 anni dopo una vita nel calcio, prima come giocatore di Torino, Bologna (con i rossoblù vinse lo scudetto), Milan (con il Diavolo ha conquistato la coppa dei campioni), Catania e nazionale, poi da allenatore per varie società, compresa, nel biennio dal 1998 al 2000, la Fiorentina come vice di Giovanni Trapattoni.
Fogli era di Santa Maria a Monte, ma ogni estate, finché la salute gliel’ha permesso, tornava a San Vincenzo, per trascorrere qua la bella stagione.
«Al di là dei ricordi sportivi di altissimo livello che sono sulla bocca di tutti, a lui mi legano ricordi personali e un’amicizia nata tanti anni fa – a parlare è Franco Biegi, maestro di tennis fra Donoratico e San Vincenzo – A luglio ho fatto un banalissimo intervento e lui, che già non stava bene, mi ha chiamato per incoraggiarmi. Era così, gentilissimo, disponibile e con una famiglia squisita e molto legata. Parlare di calcio con Romano era un piacere. Raccontava aneddoti, momenti particolari della sua carriera straordinaria. La mia famiglia è piombinese. Con la sua si sono conosciuti, e mai più lasciati, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta perché avevano entrambi la casa al mare a San Vincenzo. Io sono cresciuto con i figli di Romano, un uomo che non ha mai avuto quella superbia che, a volte, hanno i ragazzetti che solo l’annusano la serie A. Lui aveva vinto uno scudetto, la coppa campioni, aveva giocato in nazionale, eppure era una persona disponibile e alla mano. L’ultima volta che siamo andati a vedere una partita insieme è stato un paio di anni fa, a Bologna. Ecco, entrare allo stadio con Romano, era come farsi vedere con il Papa. Nella stessa occasione incontrammo anche Roberto Mancini che, per Romano, era un mezzo figlioccio, conosciuto ai tempi del Bologna».
«Io e Giuliano Cioni facevamo per Il Tirreno una sorta di referendum dei migliori giocatori della zona. Alla fine, dopo mesi di tagliandi, il Milan sposò l’iniziativa e mandò l’allora giocatore Romano Fogli ad assistere all’incontro fra le due rappresentative che avevamo scelto. Così ho conosciuto Romano – è il ricordo del giornalista Ivio Barlettani – Da quel giorno siamo subito entrati in sintonia e lui comprò casa al mare a San Vincenzo, come altri giocatori del periodo, Nedo Sonetti, Angelo Cereser, Gino Vallongo, Aldo Agroppi, Piero Lenzi. Amava questo territorio, così come adorava Santa Maria a Monte. Le grandi città non gli erano mai piaciute. Quante cene sulla spiaggia abbiamo fatto. Lui era il più silenzioso, mai maldicente, un gentiluomo, una persona squisita. Veniva anche alle partite al carcere di Pianosa e apprezzava l’iniziativa di Costa Etrusca, “Un giorno insieme”. Era un grande talento del calcio, eppure umile tanto che faceva simpatia a tutti. Un aneddoto? Ne dico due. Al tempo in cui era vice di Trapattoni alla Fiorentina, passò un mese in Brasile a far da guardiano a Edmundo, colpito dalla saudade brasiliana. E poi rammento le partitelle sulla spiaggia: aveva un palleggio clamoroso, un tocco da campione».
«È stato il più grande mediano d’Italia, anzi del mondo – afferma Aldo Agroppi – Avrebbe dovuto campare in eterno, Romanino, uomo di una dolcezza incredibile, semplice, affettuoso. Sapeva giocare davvero a pallone, e poi c’era tutto il resto: l’amicizia, la famiglia. Penso a sua moglie. Erano legatissimi. Guai a toccarglielo il suo Romano. Vederlo giocare in campo era un incanto, un piacere, una dolcezza per gli occhi. Ma era anche buono, umile, mai uno sgarbo, mai una discussione, non l’ho mai visto arrabbiato. Era il simbolo del mediano perfetto. Ora ci sono quelli che entrano male, prendono il giallo. Lui si muoveva in punta di piedi. Una cosa eccezionale. Lui era nel Toro alcuni anni prima rispetto a me, ma nacque comunque l’amicizia, anche tra famiglie. Quando muore qualcuno si esagera sempre, e si dice di più di quanto quella persona potesse realmente valere. In questo caso, però, non vale. Perché Romano era un uomo meraviglioso come non ce ne sono uguali. Ce lo dovevano lasciare ancora un po’, se non per sempre».
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