Il dolore
L'addio a Marco Manetti, la gratitudine dell'ex allievo: «Esaltava il talento, così ti faceva sentire migliore»
Vincenzo Sorbetto, originario di Cecina e oggi coach dei Leoni amaranto dell’Us Livorno è stato giocatore e studente del professore scomparso
ROSIGNANO. Quando ha saputo che il suo ex allenatore se n’era andato senza poterlo salutare come avrebbe voluto fare, ha frugato tra i ricordi. E ha trovato due foto. Nella prima, di qualche mese fa, sorridono abbracciati Marco Manetti, insegnante di educazione fisica e allenatore di basket scomparso a 65 anni, e Vincenzo Sorbetto, originario di Cecina e oggi coach dei Leoni amaranto dell’Us Livorno. Nell’altra ci sono tredici adolescenti in posa, sistemati su due file. Indossano maglie di lanina gialla con lo sponsor Tecno Cassa stampato sopra. Risale alla metà degli anni Ottanta: è la foto di squadra della Basket Cecina di un altro tempo. Manetti è l’ultimo a sinistra, indossa una tuta grigia e sorride divertito.
«Ciao coach – scrive l’ex allievo – mi hai fatto capire che ogni ragazzo ha un talento». Una frase piena di riconoscenza per una persona che ha cambiato la vita di molti ragazzi di quegli anni. Poco importava se li educava su un parquet oppure nella palestra di una scuola. «Io – ricorda commosso Sorbetto – l’ho avuto sia come allenatore che come professore al Milani di Cecina. Il suo modo di insegnare mi ha cambiato la vita. Nel basket, ad esempio, era avanti vent’anni nel modo di allenare. Sul campo trasmetteva un’idea di libertà. Raccontava storie, ti faceva innamorare di quello che facevi divertendoti. Quando ci siamo conosciuti – prosegue – avevo quattordici anni, ero un tombolotto. È riuscito a cambiarmi. A farmi essere migliore di come ero prima. Per lui, io come tutti i miei compagni, ci saremmo buttati nel fuoco, tanto riusciva a stimolarci. Per questo gli sarà sempre grato».
Polemico, acuto, ironico. E al tempo stesso competente. E soprattutto custode di un talento. «La sua dote migliore – va avanti Sorbetto – era quella di tirare fuori da ognuno la parte migliore di sé. Ricordo bene come ci sentivamo io e i miei compagni alla fine di ogni allenamento: migliori di come eravamo quando avevamo iniziato. Non so se fosse un’illusione, se fosse realtà a una percezione, ma importa poco. Era il risultato quello che contava. Non a caso con i ragazzi con cui giocavo in quegli anni siamo rimasti legati, ci sentiamo ancora. E penso che il merito sia suo».
Non è un caso che molti di quei ragazzi siano rimasti anche legati al mondo del basket. «Se alleno – va avanti Sorbetto – e lo faccio in un certo modo, parlando con i ragazzi, cercando di stimolarli con le parole, è perché ho avuto la sua scuola». Ecco perché nel corso degli anni appena si incontravano c’era sempre il tempo di fare due chiacchiere. «Parlavamo di basket – conclude – mi chiedeva come stavo e cosa facessi. Per me era un arricchimento. Un’occasione che adeesso mi mancherà».
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