Il Tirreno

l’intervista  

La rabbia del marito «Non è giustizia così tradito l’amore per mia moglie»

Federico Lazzotti
La rabbia del marito «Non è giustizia così tradito l’amore per mia moglie»

Stefano Guidi aveva già perso il padre in un incidente simile  «Prima avevo gli incubi, ora mi sveglio e vivo in un incubo»

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Federico Lazzotti

rosignano. Stefano Guidi si sente «tradito». Perché due anni e dieci mesi a Vincenzo Zummo, il pirata della strada che ha ucciso sua moglie «non rendono giustizia alla memoria di Roberta e al nostro amore per lei».

Deluso?

«Mi sento di aver cercato di fare valere i miei diritti. Ma soprattutto di aver cercato di far rispettare l’amore per mia moglie difendendo la sua memoria attraverso la giustizia».

E qual è il risultato?

«Che giustizia non è stata fatta. Il giudice lo ha condannato a due anni e dieci mesi nonostante i miei avvocati abbiano replicato spiegando ciò che per noi era essenziale. Mi hanno detto che si tratta di un magistrato puntiglioso. Spero abbia agito in coscienza».

Cioè?

«Siamo partiti dall’ipotesi di omicidio stradale semplice. Ma quel ragazzo è scappato ed è stato arrestato il giorno seguente. Nell’interrogatorio ha detto che quella sera aveva girato due bar. Lo avessero arrestato prima la contestazione forse sarebbe stata diversa».

Quindi la morte di sua moglie non ha avuto giustizia?

«Quando leggo che l’uomo che ha schiaffeggiato il presidente francese Macron prende un anno e sei mesi mi indigno. Capiamoci: non è che con una condanna più pesante il dolore incommensurabile che proviamo sarebbe svanito. Ma credo che qualche anno in più avrebbe aiutato la rieducazione di questa persona».

Avete avuto un risarcimento?

«Di questo preferirei non parlarne. Dobbiamo confrontarci con l’assicurazione».

Cosa si ricorda del giorno della tragedia?

«Ogni attimo. È stato il giorno più brutto della mia vita. Ho vissuto di nuovo lo stesso dolore di quando mio padre venne investito e ucciso da un camionista ubriaco sul Romito, nel 1983. È stato come ricadere in un incubo peggiore».

L’ultimo ricordo di sua moglie?

«L’ho sentita per telefono poco prima che venisse investita. Mi ha detto che aveva portato nostra figlia a tennis e andava a prendere due cosine per il viaggio che dovevamo fare in Inghilterra. Mi ha salutato dicendomi: “Ci vediamo a casa, cucino il pesce”. L’ho rivista all’obitorio».

Con cinque figli non deve essere facile.

«Quando è successo avevo appena finito il mio mandato come direttore del Mascagni. Ho potuto fare quell’esperienza perché mia moglie pensava a tutto. Ora mi sveglio alle quattro e mezzo e comincio a fare lavatrici e cartelle. Poi il pranzo, li porto a fare sport. Insomma, faccio da solo quello che facevamo in due».

Il conducente si è scusato?

«Il mio avvocato mi ha detto che ha mandato una lettera, ma non l’ho voluta leggere».

Pensa che le provocherebbe ancora più rabbia?

«Ora non ce la faccio a preoccuparmi del dolore degli altri e di come vogliono espiarlo».

In tribunale c’erano anche i suoi tre figli maschi.

«Gioiele, Emanuele e Matteo. Eravamo speranzosi. Invece siamo rimasti delusi».

Lei è molto religioso, ha trovato conforto nella fede?

«La mia fede è in bilico. Mio fratello che è parroco mi sta aiutando. E poi siamo quasi tutti in terapia».

Sogna ancora?

«Le racconto una cosa. Prima avevo incubi di notte. Allora mi giravo. Toccavo Roberta. La guardavo. E questo mi tranquillizzava, così dormivo di nuovo. Ora ho gli stessi incubi, ma quando mi sveglio mi sembra di essere in un vero incubo. Però non sono disperato anche perché non ne ho il tempo. E in fondo credo ci sia sempre speranza, soprattutto per i bimbi, un futuro sereno. E auguro la stessa cosa anche a Zummo. Che impari da quello che ha fatto. Verso di lui non c’è odio. Solo pena». —

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