Gioco
Scandalo La Piana undici casermoni ecco come fu avviata la maxi speculazione
Costruzioni in pochi anni, oggi sono disabitati nei periodi fuori stagione Il decano dei geometri: «Tornai dall’estero dopo tre anni, era tutto cambiato»
Manolo Morandini
SAN VINCENZO. Incombe dall’alto della collina la lottizzazione La Piana. La vedi dal basso. La noti quando transiti sulla Variante Aurelia. Undici casermoni: 120mila metri cubi. Cinque piani fuori terra, deserti per larga parte dell’anno. È il simbolo di un modello che ha privilegiato a dismisura lo sviluppo delle seconde case.
E anche per questo non è stato capace di attrarre residenzialità stabile. Intervento che è figlio degli anni Settanta per proiettare il paese oltre la costa, dove già i segni della speculazione avevano inferto più di una ferita. Imponente esempio dell’overdose da cemento.
«La conformazione a palazzone è figlia di quegli anni», dice il decano degli agenti immobiliari di San Vincenzo Livio Cristiani. Costruzioni gemelle ce ne sono a Marina di Bibbona. Anche qui a far girare betoniere e affari è l’abbaglio della casa al mare con caratteristiche di scarso pregio. Cristiani, per anni presidente di Confesercenti, inizia a muovere i primi passi nella professione in quegli anni. «Era il 1981», precisa. E aggiunge: «L’idea iniziale era che ci andassero ad abitare i sanvincenzini, tanto che in alcuni fabbricati gli appartamenti hanno superfici fino a 90 metri quadrati. Ma non ci sono mai voluti andare. Anche il centro commerciale non è mai decollato». Molti fondi commerciali oggi sono appartamenti.
A dare la misura della febbre del mattone è Giorgio Manetti. Oggi a 85 anni si gode la pensione, all’epoca muoveva i primi passi da geometra. «Nel 1977 mi trasferii all’estero per lavoro e quando sono rientrato dopo tre anni praticamente era già stato tutto costruito». Sono gli anni in cui si tira su il Villaggio San Luigi, lungo la via della Principessa. Anche qui è la seconda casa a dare la cifra. Due piani fuori terra, con forme che si dice ispirate alla cifra dell’architetto francese Le Corbusier.
Tutto previsto nel primo piano regolatore firmato tra gli altri dall’architetto Italo Insolera e varato all’epoca del sindaco Lido Giomi che a distanza di anni guardava a La Piana come a «una delle questioni che pesano sul mio morale». Sottolineando nel libro di memorie “Io c’ero” che quella lottizzazione per mole «rompeva un equilibrio basato sulle piccole costruzioni già esistenti nel territorio e con l’ambiente circostante. Quella soluzione fu suggerita da urbanisti e tecnici di grande valore internazionale che non tennero conto del valore paesaggistico in cui veniva collocata l’intera operazione». È la dimensione a far la differenza perché già si contavano i palazzoni di via Lucca e altri in via del Giglio o lungo corso Italia.
Un bilancio di ciò che è stato Insolera lo accenna alla fine degli anni Novanta in un suo contributo al libro di Giomi “Un’esperienza politica in Maremma”. Scrive l’architetto, morto nel 2012, tra i protagonisti dell’urbanistica del Novecento: «Il turismo stava nascendo e aveva nei piani di quegli anni il progetto per essere non un turismo di consumo, ma un turismo di uso del territorio. È bene ricordare che quei piani non erano affatto limitativi per camping, alberghi, villaggi turistici, lottizzazioni di seconde case, eccetera…: pensavamo anzi di dover proprio proporre un equilibrio tra i due aspetti dello sviluppo, erroneamente considerati antagonisti ed esclusivi. Ci si può rimproverare di aver esagerato in parchi e aree libere, ma ci si può anche rimproverare di aver abbondato in edilizia (anche se tutta dietro la pineta)».
L’espansione edilizia nella parte collinare veniva giustificato nel piano regolatore del 1970 con un’evoluzione demografica che già all’epoca doveva apparire sovrastimata: da seimila residenti a oltre undicimila. Obiettivo neppure sfiorato. I sanvincenzini oggi sono meno di settemila. Ma si è continuato a costruire. Completamenti, per scopi turistici e residenziali. Nella zona di Santa Costanza come a sud del Passaggione, tra la ferrovia e la nuova Aurelia. Al Paese Nuovo, lungo via del Castelluccio e intorno al podere Sant’Alfonso. È questione di misura. L’urbanistica è uno dei volani dello sviluppo economico. Dà occupazione, consente investimenti d’impresa, ma determina anche l’assetto e l’aspetto del territorio. C’è del buono ma non mancano le ferite. La speculazione edilizia fine a se stessa e a vantaggio di pochi. Anche oggi che nella carte urbanistiche sanvincenzine si è fatto spazio all’idea del consumo di suolo zero. Quello che indica la maxi inchiesta della Procura di Livorno, al netto di eventuali irregolarità sul piano legale, sono appetiti e pressioni. Sollecitazioni a cui non sempre è facile o si è capaci a mettere un argine. Un dato: 2.756 abitazioni occupate e 3.296 seconde case. Facile è il metro del senno di poi. Un’attenuante alla quantità restano l’appeal turistico e le quotazioni immobiliari. Ma è un patrimonio fragile. «Si è costruito molto e in un periodo breve – afferma Cristiani –. Chi viene apprezza il paese e non manca di tornare».
Dalle grandi lottizzazioni agli interventi minori. Dai fondi commerciali trasformati in monolocali ai frazionamenti di appartamenti. Ne hanno beneficiato in molti. In parte è servito. Per il resto no. Eppure, ciò che si è costruito in epoca recente ha superato i livelli di controllo della Regione.
Un esempio, figlio della Piana, è la Variantina del 1995 al piano regolatore. A sostegno dell’operazione si mobilitarono Confesercenti, Confcommercio e l’allora Consorzio Conedil, che raggruppava 25 imprese edili locali. Il risultato? Lo descrisse così il critico d’arte Philippe Daverio nel 2003: «I due tunnel della superstrada, che hanno sopra di loro un pezzo terribile di periferia milanese armata: un gesto forte di distruzione, compiuto impunemente». —
(2 _ continua)
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