Gioco
«Tutta la mia famiglia con il Covid, ci siamo sentiti abbandonati e quasi sotto accusa»
La testimonianza di un 57enne cecinese, contagiato con moglie e figlio adolescente: «Poca comprensione e notizie frammentarie»
il racconto
«Io e mia moglie siamo stati contagiati da nostro figlio adolescente, che a sua volta è stato contagiato a scuola, da un professore con la mascherina abbassata! Il 18 ottobre per tutta la famiglia è iniziato il confinamento. Purtroppo ho verificato molta impreparazione, superficialità e, nei primi 17 giorni, un bruttissimo senso di “abbandono” da parte degli organi preposti». Abbandono, poca empatia, disorganizzazione: sono i problemi che sottolinea nella sua testimonianza un cecinese 57enne, che vuole rimanere anonimo, ma non rinuncia a dare il suo contributo «per migliorare l’approccio con questa terribile malattia».
La paura di morire
«Mia moglie e mio figlio per fortuna se la sono cavata con quattro giorni di febbre bassa, dolori diffusi e tosse - racconta - io invece sono stato peggio. Ho dovuto, proprio in quei giorni, cambiare medico di famiglia e dal 29 ottobre (ero con la febbre dal 23, salita piano piano a 39.5) ha cominciato a seguirmi una giovane dottoressa che mi ha dato un antibiotico a largo spettro e poi il cortisone in gocce. Il cortisone è stato risolutivo. La cosa più inquietante è stato provare una sensazione di forte bruciore nei polmoni, che psicologicamente ti proietta già in terapia intensiva, in quelle scene terribili che si vedono in Tv. Fortunatamente, anche grazie a una bombola di ossigeno (per tosse e affanno respiratorio) sono riuscito a curarmi a casa, e da metà novembre ne sono uscito… a parte qualche ricaduta che pare sia normale; ma rimangono in sospeso alcuni punti critici».
«Mi sono sentito accusato»
«Una cosa assolutamente da cambiare è l’approccio che l’ufficio igiene deve avere mentre dà a una famiglia la notizia della positività di un congiunto… Il tono dell’operatore era grave e quasi punitivo, limitandosi a dire che eravamo tutti in quarantena e che non dovevamo uscire mentre, a mio modo di vedere, dovrebbe essere un approccio più positivo e soprattutto corredato di una serie di domande e proposte, ad esempio: quanti bagni avete in casa? Qualcuno in famiglia soffre di patologie tipo diabete, ecc…? In caso di risposta affermativa, già solo a queste due domande, dovrebbe proporre un albergo sanitario, che avrebbe isolato il minore, evitando (come è successo a noi) di infettare i genitori 57enni. Ho saputo che ci sono alberghi sanitari a Cecina Mare (a Marina di Grosseto, ho visto in tv, degli adattissimi bungalow nei campeggi), perché nessuno ce li ha proposti? In questo modo si aumentano i contagi…»
Scarse informazioni
«Altre cose da dire sono relative alle norme di profilassi, ad esempio nei primi giorni, seppure mio figlio fosse confinato in camera sua tutto il giorno, pasti compresi, non abbiamo pensato ad usare stoviglie monouso, ma un prospetto di indicazioni (verbale o stampato) ci avrebbe aiutato ad evitare questo errore. La comunicazione arrivata dall’Asl, per l’inizio della quarantena, conteneva delle indicazioni di massima ma non quelle riguardanti la profilassi da tenere in caso di conviventi infetti».
«Quelle scatole da appestati»
Con l’inizio della quarantena «ci ha telefonato anche la Rea, informandoci che dovevamo iniziare a fare la raccolta indifferenziata dei rifiuti, conferendoli in speciali scatole che ci avrebbero portato loro. Le scatole avevano però allarmanti scritte cubitali. Mi domando perché, nel 2020, dobbiamo sottostare a questa gogna pubblica, mentre firmiamo quintali di fogli per la tutela della privacy oppure stiamo a discutere sulla privacy della APP Immuni. Per una questione di civiltà mi permisi di suggerire, con una mail, di rivedere urgentemente il protocollo di queste consegne e usare delle scatole generiche e anonime, diverse da quelle usate in ospedale; magari con un codice di riconoscimento non “pubblico”, ma comunque ben riconoscibile solo dagli operatori. Non mi risposero mai, ma con l’ultima consegna fui accontentato, non so se perché non avevano avuto tempo di stamparle (vista la impennata dei contagi) o perché avessero seguito il mio suggerimento… Mi piace pensare che sia vera la seconda ipotesi. In ogni caso questo è un lampante esempio di contraddizione sul tema della privacy».
Bassa carica ma non per l’ospedale
«La nuova direttiva Asl dice che dopo 21 giorni dal primo tampone positivo si può uscire, qualsiasi sia l’esito del 3° (ed ultimo) tampone Asl. Io e mia moglie, il 16 novembre, siamo risultati ancora positivi a bassa carica e non ce la siamo sentita di tornare a fare vita “sociale” (seppur con le dovute solite precauzioni). Quindi, malgrado liberi di uscire dal 19 novembre, abbiamo evitato di incontrare parenti soprattutto parenti anziani e/o problematici di salute. Il punto è che, per scrupolo, abbiamo fatto un tampone molecolare a pagamento pochi giorni fa (17 giorni dopo l’ultimo tampone Asl, spendendo 150 euro in due) e siamo risultati ancora positivi a bassa carica…».
«Non possiamo donare il plasma»
«Francamente non sappiamo come comportarci e fare questi tamponi a nostre spese, oltre che costoso, ci sembra ingiusto. Ultima recentissima “chicca”: vista la liberatoria della Asl (del 19 novembre) giorni fa chiamammo il centro trasfusionale per donare il plasma iperimmune... al telefono non ci fecero problemi e ci dettero appuntamento per il 7 dicembre. Quando lunedì mattina siamo arrivati lì ed abbiamo ovviamente detto che eravamo ancora “a bassa carica”, i due dottori presenti, ci hanno “cacciato”, perché ritenuti ancora contagiosi, soprattutto se in ospedale avessimo incontrato una persona immunodepressa. È evidente che ci sono molte cose da “affinare” nella conduzione sanitaria di questa “nuova” malattia… e solo parlandone si possono migliorare». —
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