Toscana
Dante Alighieri e il granduca portano il nome di Cecina nel cuore della storia
Alla riscoperta delle nostre radici con le foto amarcord in omaggio in edicola con Il Tirreno
CECINA. «Non han sì aspri sterpi né sì folti / quelle fiere selvagge che ’n odio hanno / tra Cecina e Corneto i luoghi cólti». Questi versi portano la firma di Dante Alighieri: la citazione di Cecina sta nelle prime battute del tredicesimo canto dell’Inferno. Presumibilmente il riferimento è al fiume e Dante lo sta indicando come il confine nord della Maremma (con Corneto si punta il dito verso i dintorni di Tarquinia) per dire che in quel momento insieme a Virgilio si è infilato in una selva ancor più oscura di quella in cui si è imbattuto all’inizio.
Dante, insomma, piazza il riferimento a Cecina nel cuore della Divina Commedia, il capolavoro numero uno della letteratura italiana di sempre, croce (tanta) e delizia (poca) per qualunque generazione di liceali. È vero che si parla di un elemento del paesaggio (il fiume) ma questo dovrebbe farci intuire quant’è profondo il giacimento di Storia (con la maiuscola) e di storie (con la minuscola) che Cecina ha in dote.
Ecco perché vale la pena riscoprire la nostra storia di comunità locale: a tal scopo Il Tirreno ha lanciato – in collaborazione con l’associazione Livorno Com’Era e gli archivi di Leo Gattini e Ilio Nencini - l’iniziativa delle foto amarcord in edicola gratis dal martedì al venerdì acquistando il giornale.
Vale la pena di ricordare un parallelismo curioso con Livorno nel segno del granduca mediceo: è vero che in realtà la strategia di favorire l’arrivo di mercanti da ogni dove si dipana in una serie di provvedimenti nella seconda metà del Cinquecento ma è nel giro di pochissimi anni, se non addirittura mesi, che Ferdinando I vara, da un lato, per Livorno le “livornine” che consacrano definitivamente quest’apertura cosmopolita e multireligiosa mentre, dall’altro, per Cecina crea il “Fitto” con un nucleo attorno al centro della tenuta di quei territori (proprio là dove qualche tempo prima si era consumato il dramma della morte per malaria dei suoi fratellini Garzia e Giovanni).
I diversi destini sono legati al fatto che l’una (Livorno) rientra nella voce “porto” e l’altra (Cecina) è vista come tenuta di caccia. Non bisogna ragionare con gli occhiali dei giorni nostri: per lungo tempo, fino al successo delle bonifiche lorenesi, il litorale non è un luogo amico. Per almeno due motivi: 1) in mancanza dell’efficace controllo dei mari che avevano i romani (non a caso parlavano di “mare nostrum”), la costa è il luogo più indifeso rispetto alle incursioni di chi arriva in mare e viene a depredare, rapire, uccidere; niente di meglio che rinserrarsi all’interno, dove chi attacca gioca in campo avverso; 2) in mancanza di un efficiente drenaggio delle acque, soprattutto in Maremma ma anche in tante altre zone litoranee, la striscia di territorio costiero è spesso insalubre e paludosa, poco adatta agli insediamenti umani.
All’interno di questo schema standard c’è una eccezione: i porti. È lì che viene concentrato lo sforzo per strutturare un porto-città dal quale affacciarsi sul mondo con l’import-export via mare. La differenza fra Livorno e Cecina ha questa radice.
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