Italia
Un secolo di duelli per un nuovo nome Dentro c’è l’identikit del paese-fabbrica
Domani in regalo col Tirreno una immagine amarcord di Rosignano Solvay di quasi cent’anni fa
Addì 15 marzo 1937 Vittorio Emanuele III in qualità di re d'Italia e imperatore di Etiopia, ovviamente «per grazia di Dio» e, manco a dirlo, finanche «per volontà della nazione», firma il regio decreto n. 598 che modifica la «denominazione della frazione Solvay Rosignano del Comune di Rosignano Marittimo in quella di Rosignano Solvay». Il paese-fabbrica cerca fin dalle origini di affrancarsi un po’: sì, campa di Solvay ma al tempo stesso vuol ritagliarsi una esistenza propria.
Del resto, l’indizio sta già nell’immagine dell’archivio di Leo Gattini che i lettori troveranno domani in edicola in omaggio acquistando la loro copia del Tirreno: ben visibile il perimetro di quel che è fabbrica e di quel che è casa tutt’attorno, ben marcato lo stacco rispetto al territorio e alla linea di costa mentre sullo sfondo si vede il promontorio di Castiglioncello.
Ecco, laggiù a Castiglioncello si intravede il susseguirsi della storia che non può non avere un andamento disordinato, un guazzabuglio di fabbricati sparpagliati sul territorio. E Rosignano? Non è vero che lo spazio in primo piano nella foto fosse un deserto di nulla, ma certo gli ingegneri della multinazionale belga l’avevano scelta proprio perché avevano ampia possibilità di movimento senza doversi preoccupare di incrociare qualcosa di preesistente. Nel corso dei decenni gli archeologi troveranno anche qui tombe e tracce di insediamenti, ma stiamo parlando del trapassato remoto. Come si vede nell’immagine amarcord, la costa è abbastanza sgombra. Dipende anche dal fatto che, tranne che nelle città portuali come Livorno, per secoli il mare verrà vissuto come elemento nemico dal quale ritrarsi: la minaccia dell’arrivo di predoni e pirati, altro che il formicare delle strutture per la villeggiatura.
Il timore e la voglia di vivere di vita propria si è rivisto nel dibattito che nell’ultimo decennio ha ripreso a ondate. Parola di albergatori: quel “Rosignano Solvay” ricorda troppo le ciminiere, meglio un “Marina di Rosignano” che sappia di mare, sole e ombrelloni. Non crediate sia solo un ghiribizzo toponomastico: dietro c’è l’idea di dove puntare la bussola dello sviluppo (e, per converso, il timore che la fabbrica tiri i remi in barca). Del resto, non è un segreto – e proprio le ricerche di Leo Gattini insieme a Giampiero Celati (così come gli approfondimenti web di Aldo Miliani con www.lungomarecastiglioncello.it) hanno offerto un contributo in merito – che il braccio di ferro sul nome abbia investito l’abitato fin dall’inizio. Prima si parla di “Paese Novo”, poi nel 1914 il consiglio comunale rosignanese ufficializza “Rosignano Nuovo”, la Solvay non ci sta e dice che lei l’ha già battezzato “Rosignano” ma già è un bel busillis con Rosignano Monferrato in Piemonte e figuriamoci con due Rosignani a distanza di pochi chilometri, poco prima della fine della Grande Guerra ecco il compromesso (“Rosignano-Solvay”). Passano sei anni e l’azienda bussa al ministero per invertire le due parole levando il trattino (“Solvay Rosignano”). Nel ’27 in nome della verve nazionalistica si vuole togliere il nome straniero e si formalizza l’idea di ritornare a “Rosignano Nuovo”. Neanche tre mesi ed ecco che il commissario prefettizio pensa bene di rimettere “Solvay-Rosignano” e il podestà rincara. Salvo poi, dieci anni più tardi, di nuovo “Rosignano Solvay”.
Come hanno sottolineato Gattini e Celati, chissà se guardando a quel che era accaduto a Castiglioncello con il castello inventato dal barone, nel 1918 «è in costruzione il castello del ventesimo secolo: la fabbrica» che «non ha merli ma travi di ferro». —
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