Il Tirreno

Dalla corona d’oro allo scheletro bambino una storia antica che attraversa il mare

maria meini
Dalla corona d’oro allo scheletro bambino una storia antica che attraversa il mare

L’origine di Cecina confermata nella villa di San Vincenzino che era della famiglia aristocratica romana dei Kaekna 

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Viaggio nel tempo

maria meini

Nella mitologia popolare l’origine di Cecina viene da sempre attribuita al console romano Aulo Licino Cecina, Kaekna per le sue ascendenze etrusche, ricco aristocratico figlio di uno dei principali comandanti militari di Augusto sul Danubio, Severus Cecina, costruttore del teatro di Volterra, che aveva allestito la sua dimora estiva a San Vincenzino, su una collinetta poco a sud dalla foce del fiume. Stavolta vox populi vox dei: la voce di popolo corrisponde alla verità storica. Lo confermano gli scavi nella Villa di San Vincenzino, un complesso che è rimasto attivo fino al V secolo dopo Cristo.

Gli scavi, coordinati dalla Sovrintendenza archeologica della Toscana, sono stati condotti fin dagli anni ’80 del secolo scorso e hanno portato alla luce importanti reperti, molti dei quali custoditi nel museo di Villa Guerrazzi, che hanno consentito agli archeologi di ricomporre una realtà storica che ci racconta Cecina come uno dei terminali economici della Valle del Cecina: a nord Volterra, con un ruolo dominante, a scendere gli insediamenti di Casale e Belora (Riparbella), il fiume come via di veloce comunicazione per il trasporto merci e Vada porto e sbocco al mare, verso quel Mediterraneo che già all’epoca etrusco romana era un coacervo di popoli e di scambi culturali e commerciali.

Entrando nel museo Guerrazzi, lo sguardo viene attratto dalle anfore, i grandi orci di terracotta che trasportavano vino da Volterra fino alla Francia (ce lo dicono i ritrovamenti archeologici) ma c’è un piccolo manufatto che per la luce che irradia catalizza l’attenzione dello spettatore: è la statuetta (decapitata) di Iside, dea dell’Antico Egitto ma venerata ancora dagli aristocratici romani dell’età imperiale. Trovata negli scavi del triclinio estivo di San Vincenzino, è datata II - III secolo d.C., realizzata in alabastro dorato d’Algeria, mentre le parti mancanti erano probabilmente di marmo bianco.

Prima di arrivare a Cecina, nella villa dei Kaekna, la statuetta ha fatto un giro largo: l’alabastro viaggia in nave dal nord Africa e approda a Roma, dove c’erano scultori esperti, a cui i Kaekna commissionano la statua. Altro reperto che ci racconta l’opulenza della famiglia Cecina: resti di agata, usata per realizzare i vetri delle finestre della villa. Citata anche dallo storico Rutilio Namaziano, che ne fu ospite.

Altro simbolo di ricchezza, la splendida corona in foglie d’oro ritrovata nella necropoli di Belora, lungo la sponda nord del fiume, uno dei pochi reperti “sfuggiti a secoli di saccheggi - si legge nella guida del museo Guerrazzi - e scavi clandestini”. La corona è stata finemente restaurata ed è composta da sottili foglie d’oro e un diadema centrale a forma di fiore ispirato alla moda dei re macedoni.

Ricchezza e miseria: sotto la statuetta di Iside, c’è lo scheletro perfettamente ricomposto di un bambino - dalle ossa ha un età di 5-6 anni - : lo hanno ritrovato alla Mazzanta, sotto al parcheggio sterrato di via dei Campilunghi sede di una grande fornace romana per la realizzazione di ceramiche e terrecotte. Non ha evidenti segni di violenza, forse vittima della fame o di malattie. —



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