Sicurezza
Marconcini e Daddi in campo per ritrovare il senso del teatro
Coppia sul palcoscenico e nella vita, alla ribalta dagli anni ’70, sono stati gli entusiasti protagonisti di questa serata nel segno della speranza
CECINA
Padre e madre del teatro che rinasce: sono ancora loro Dario Marconcini e Giovanna Daddi, la coppia per eccellenza della scena toscana a segnare un nuovo inizio dopo il buio di questi mesi. Tante battaglie insieme a partire dagli anni della contestazione, quegli anni Settanta che rilanciavano in Italia i fermenti del Living Theatre che avevano così infiammato l’America. Sempre in scena da allora con gli stessi compagni di viaggio (Ginsberg, Kerouac, Julian Beck) e la stessa rabbia.
«Siamo grati a Alessio Pizzech – dice Giovanna Daddi - che ha avuto il coraggio di chiamarci per questo nuovo inizio. Ora in giro sarà tutto un fiorire di monologhi perché si fanno con pochi soldi. Il nostro invece è un concerto di musica e parole con testi poetici molto impegnativi. Per questo dico che è stata un’operazione coraggiosa».
Da quando fate gli attori c’era mai stato un momento di silenzio come questo? «Mai – risponde Marconcini – ma proprio il Covid ci aiuta a fare delle riflessioni. Il teatro così come lo abbiamo sognato è stata un’utopia fallita. Abbiamo cominciato uscendo fuori dai teatri, contro il teatro da palcoscenico e poi piano piano ci siamo rientrati tutti tranquillamente. E invece ora dobbiamo trovare un nuovo senso, bisogna ritrovare l’anima del teatro». Spieghiamo meglio. «Secondo me il teatro è arrivato a una forma di degrado. Il lockdown ci deve far pensare che se si ricomincia a fare le stesse cose di prima, abbiamo completamente smarrito il senso del teatro. Costretti da problemi di finanziamento, siamo diventati tutti degli animatori di paese. Cosa che va anche bene ma non è teatro. Il teatro è l’artista davanti a un testo, davanti a una storia, davanti a se stesso, alla sua anima al suo cuore. Il teatro è un pensiero profondo che non si esaurisce in una rappresentazione». Sempre una questione di soldi. «Ricordo una frase provocatoria di Eugenio Barba: “Grazie – diceva – che ci date la possibilità di fare questa cosa inutile”. Ma questa cosa inutile che è il teatro è anche una cosa necessaria come tutta la cultura. Invece credo che se il 50-60 per cento dei teatri in Italia chiudesse non se ne accorgerebbe nessuno». —
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