Sicurezza
«È stato un visibile faro in un oceano di nebbia»
CECINA
Pianista, musicista famoso a livello internazionale, figlio Francesco e figlia Chiara musicisti (molto noti) anche loro, una dinastia di artisti e la passione per l’arte ma anche per l’impegno a sostegno del mondo della cultura e dello spettacolo. «È bello non sentirsi soli, non sentirsi strani a pensare che si possa e si debba ripartire soltanto dalla cultura, dall'arte, dall'istruzione anche quando tutto questo viene dimenticato e deliberatamente messo all'ultimo posto come è ormai evidente - dice - .Non dovrebbe più essere necessario dimostrarlo citando le centinaia di studi elaborati in tutto il mondo da mezzo secolo che affermano con certezza assoluta che la musica, l'arte, lo spettacolo di qualità e la cultura hanno un potere pazzesco nel creare immediate ricadute positive per la salute psicofisica dei cittadini, per l'economia, per lo sviluppo delle intelligenze, delle abilità, delle professionalità, della disponibilità ai cambiamenti sociali, della capacità di comunicazione. Sono ormai convinto che il potere tutto questo lo sappia, non si tratta più di incompetenza, di latitanza, di disinteresse ma di una precisa azione che deve andare a minare le basi della cultura nazionale e dell'identità per affermare interessi dei centri di potere sempre più forti, sempre più trasversali, sempre più spietati».
«Lo spettacolo di ieri notte - continua - ha avuto anche questo potere fortissimo, simbolico, di rappresentare un piccolo ma visibile faro in un oceano di nebbia, di sconforto, di rabbia e di senso cocente di ingiustizia, l'ingiustizia con cui viene trattato questo settore da troppo tempo e non soltanto purtroppo in occasione di questo sciagurato lockdown. Molto significativa la scelta del repertorio, grande atto d'amore per quella Beat Generation americana che testimoniava una cosa molto importante ovvero che si può andare contro la propria società criticandone fortemente i meccanismi ma con amore, senso poetico, passione.Questi colossali autori e poeti americani che allora erano giovani arrabbiati soffrivano per le ingiustizie della propria nazione. Ma tutto questi erano accomunati da una rabbia che non era odio cieco ma segno di un profondo amore per il proprio popolo e la propria nazione, per quello che poteva essere».
Resta il fatto che non c’erano molti artisti nostrani tra il pubblico: «Questo è segno anche di del provincialismo, del l'egocentrismo, del narcisismo presente anche troppo nella nostra nazione e soprattutto nella nostra zona fra gli artisti che sono divisi, non riescono a rispettarsi, ad amarsi, ad aiutarsi salvo rarissime eccezioni neanche nei momenti di estrema difficoltà come questa». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
