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Dal 10 di marzo sul territorio sei decessi in più rispetto al 2019

Claudia Guarino
Dal 10 di marzo sul territorio sei decessi in più rispetto al 2019

Da inizio pandemia al 21 aprile i morti sono stati 32 quasi un + 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso

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Claudia Guarino / rosignano

Era a casa quando si è sentito male. Aveva già avuto patologie in passato, ma in quei giorni le sue condizioni si sono aggravate terribilmente, ora dopo ora. Tanto che i familiari hanno chiamato il 118. Un’ambulanza l’ha prelevato e l’ha trasportato nel reparto Malattie infettive dell’ospedale di Livorno. Poi il tampone positivo e, in poche ore, il crollo. Il primo rosignanese ad andarsene col coronavirus è morto a 79 anni. Era il 22 marzo.

Una settimana prima un 74enne era morto nella sua casa di Rosignano. Ma in quel caso l’unica ad avere un ruolo pare sia stata la lunga malattia che l’affliggeva: niente coronavirus.

Quanto il Covid può aver influito sulla morte di Franco o su quella di Natale, di Altero o di Giampaolo, è la parte di un interrogativo in cerca di risposta. Poi c’è anche un’altra domanda: quanto la presenza della pandemia può aver “allentato” l’attenzione sulle altre malattie, anch’esse potenzialmente mortali? Sono quesiti che travalicano l’ambito territoriale per proiettarsi su un livello più ampio: nazionale e anche oltre.

Di certo, al momento, ci sono solo i numeri, che sono stati forniti dal Comune di Rosignano. Dal 10 marzo - giorno del primissimo dpcm - fino al 21 aprile, all’interno del territorio comunale di Rosignano sono morte 32 persone. Nello stesso periodo del 2019 i decessi erano stati 26, sei in meno dunque. I rosignanesi morti col coronavirus, d’altra parte, sono stati quattro.

I dati non sono in grado, da soli, di fornire risposte agli interrogativi precedentemente posti. Ma possono portare spunti di riflessione, a partire da un dato di fatto: da un anno all’altro, nel periodo di tempo considerato, i decessi dei rosignanesi sono aumentati quasi del 20%. Alcuni sono morti col Covid, la maggior parte di altre malattie.

Ad accomunarli c’è l’impossibilità di poter celebrare il rito funebre. Nessuna cerimonia, nessun corteo: resta solo la benedizione della salma. E, per chi resta, un lutto da elaborare in silenzio. Non si tratta di coronavirus, almeno non solo. Si tratta di persone spesso malate, spesso anziane, rinchiuse nelle loro case per via del coronavirus a lottare contro mali diversi dal coronavirus.

Perché può anche darsi, come riportano alcuni studi, che la pandemia abbia avuto un impatto indiretto sulla popolazione. Molte persone praticano meno attività fisica, ad esempio, oppure tendono ad andare meno in ospedale. Non per nulla il pronto soccorso di Cecina ha visto calare di parecchio gli accessi. Già a inizio marzo gli ingressi, come aveva riportato il dottor Paolo Pennati, direttore del pronto soccorso dell’ospedale di Cecina, erano diminuiti del 40%.

Che la sala d’aspetto sia quasi deserta non significa che i problemi di salute non rimandabili al coronavirus siano scomparsi. Certamente siamo tutti più isolati. Qualcuno è più solo. Altri più fragili e più esposti. Ma le risposte alle varie domande e a tutti gli spunti di riflessione sollevati in questi 50 giorni sono ancora tutte da scrivere. Di certo c’è materiale su cui pensare e per valutare anche gli effetti collaterali che può avere e che può aver avuto la pandemia sulla popolazione. —

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