Italia
Coronavirus, ditta di Palazzi converte la produzione per cucire le mascherine
Il Comune di Cecina ha chiesto alla Confezioni Elsa di creare le introvabili protezioni. Il sindaco: «Servono per volontari e negozianti»
CECINA. Fino a pochi giorni fa in via dell’Artigianato 14 si realizzavano capi di abbigliamento sportivo e biancheria. Poi tutto è cambiato. Il virus, la pandemia, i ricoveri. La limitazione dei movimenti, l’autocertificazione, la chiusura delle attività. La vita si è modificata in fretta, proiettando tutti in un’atmosfera surreale. Così, praticamente da un giorno a un altro, l’azienda Confezioni Elsa di San Pietro in Palazzi si è trovata a cambiare la sua produzione: adesso nel capannone dell’area artigianale si cuciono mascherine. Un po’ come succede in tempi di guerra, quando le fabbriche convertono il loro lavoro creando merce diversa dal solito. «La richiesta ci è arrivata direttamente dal Comune di Cecina – spiega Giacomo Regoli, titolare dell’attività insieme ad Antonio e Silvia Regoli – Nel territorio le mascherine scarseggiano e così abbiamo iniziato a produrle. Ne facciamo circa mille al giorno. Una volta pronte le portiamo in Comune».
Nel capannone della “Confezioni Elsa” le operaie lavorano a distanza di sicurezza, con le mascherine sul volto, ognuna alla propria macchina da cucire. Prendono il materiale e gli danno forma, fissando ai lati gli elastici necessari per sostenere la mascherina al volto. La materia prima usata per comporre le mascherine finali si chiama “tessuto non tessuto”, è un prodotto industriale ottenuto con procedimenti diversi dalla tessitura o dalla maglieria. «A fornire il materiale su cui lavora l’azienda è il Comune -spiega il sindaco Samuele Lippi - Noi diamo il tessuto e loro lo cuciono». Tutto si è sviluppato nel momento in cui in municipio si sono accorti che stavano scarseggiando le mascherine. «I volontari e chi lavora a contatto con il pubblico non ne ha abbastanza - spiega il sindaco - così abbiamo pensato di delegare un’azienda alla produzione. Ci siamo guardati intorno e abbiamo reputato che la Confezioni Elsa fosse idonea». L’azienda ha iniziato la sua produzione di mascherine giovedì scorso e “sforna” un migliaio di pezzi al giorno.
«Lavoriamo a pieno ritmo - dice Giacomo Regoli - Nel capannone lavoriamo noi soci e dieci dipendenti. Abbiamo accettato volentieri quest’incarico che ci è stato dato dal Comune. Finché riusciamo e possiamo, andiamo avanti con il lavoro». Le mascherine made in Palazzi non sono destinate ai medici dell’ospedale, perché non hanno le caratteristiche adatte per chi lavora a contatto ravvicinato con pazienti potenzialmente contagiati da coronavirus. Il Comune le distribuisce ai commercianti della città che hanno esaurito le loro scorte, ai volontari che operano sul territorio e, qualche volta, anche agli operatori sanitari. «Operatori ed esercenti che non riescono a trovare le mascherine - sottolinea il sindaco - possono comunicare il loro fabbisogno all’unità di crisi del Comune. Poi provvederemo alla distribuzione».
In giro per la città, dunque, cominciano a vedersi le mascherine fatte a mano dalla Confezioni Elsa. «Con il Comune abbiamo parlato per un rimborso sulle bollette e per garantire uno stipendio ai lavoratori - racconta Giacomo Regoli - in modo tale da poter avere almeno un rimborso spese». Così da pagare le operaie che, camice verde chiaro e protezioni sul volto, cuciono con i loro strumenti le mascherine celesti e bianche. Poi le impacchettano e le danno in consegna al Comune. Tutto cambia ai tempi del coronavirus. Tutto si modifica. E anche le produzioni assumono un volto diverso. Uno dei fabbisogni principali al momento è quello di mascherine. Non si trovano. Dunque, perché non inventare un modo di produrle?
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