Il Tirreno

il caso 

Giovane morto in caserma commilitoni sotto processo

Pietro Barghigiani

Tra gli accusati un parà di Rosignano, il reato ipotizzato è omissione di soccorso Secondo la procura i tre militari lo hanno trascinato nel letto e lasciato solo per ore

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ROSIGNANO. Stava male e non lo hanno aiutato. Lo avevano visto che non si reggeva in piedi, incapace di rendersi autonomo anche solo per muovere un passo o chiedere un appoggio. No, l’unica preoccupazione, che con il senno di poi è diventata un atto d’accusa, fu quella di spostare quel corpo inanimato adagiandolo sul letto. E lì lasciarlo al suo destino per oltre cinque ore. L’intervento del personale del 118 non riuscì a deviare il corso di un epilogo segnato da una presunta mancata assistenza.

C’entrano l’alcol e gli stupefacenti nella morte di Tiziano Celoni, 27 anni, residente a Gallese (Viterbo), avvenuta il 10 novembre 2017 in un letto della caserma Gamerra a Pisa, la scuola di addestramento dei paracadutisti. Ma per la Procura una responsabilità decisiva nella fine del giovane militare va addebitata anche a tre commilitoni che, per l’accusa, abbandonarono l’amico ignorandone le condizioni di salute sempre più gravi.

I tre militari sono stati rinviati a giudizio con un decreto di citazione diretta firmata dal pm Sisto Restuccia. Devono rispondere del reato di omissione di soccorso con l’aggravante della morte della persona cui non venne prestata assistenza. La pena massima è di 2 anni. Compariranno davanti al giudice Eugenia Mirani come imputati Fabio Tirrito, 36 anni, di Serravalle Pistoiese (avvocati Francesca Baregi e Gabriella Cirillo); Alessio Fracassi, 27 anni, di Rosignano Marittimo; Augusto Simeoni, 31 anni, di Roma (entrambi difesi dall’avvocato Isabella Martini). I genitori della vittima sono rappresentati dagli avvocati Muriel Petrucci e Max Giordano Marescalchi. In forza come volontario in ferma prolungata, effettivo al 185° reggimento artiglieri di Bracciano e parà aggregato temporaneamente al Capar di Pisa per seguire alcuni corsi, Celoni era in abiti civili quando venne soccorso intorno alle 13,30. Era un venerdì di novembre del 2017. Quello che era successo nelle ore precedenti venne poi svelato dall’autopsia e dall’esame tossicologico eseguiti dal medico legale Luigi Papi. Alcol e cocaina in quantità sufficienti per perdere conoscenza. Grave, ma non disperato. Un soccorso immediato, è la tesi dalla Procura, gli avrebbe salvato la vita. Ma l’allarme avrebbe significato rivelare gli eccessi della notte prima del decesso. Il possibile movente del silenzio di chi sapeva e ha taciuto. Nella rappresentazione della Procura la sequenza che anticipa la scoperta del corpo in stato di incoscienza inizia alle 7,30 circa. Celoni e Tirrito trascorrono la notte in un’auto parcheggiata in via Gello accanto alla caserma Gamerra. Il giovane laziale non è in sé per aver esagerato nel mix alcol e droga. Tirrito decide di lasciarlo per qualche minuto solo nell’abitacolo. Entra in caserma e chiede a Fracassi e Simeoni di dargli una mano per portare nella camerata il militare. I due trascinano il 27enne viterbese fino al letto della camerata. Nessuno assiste alla scena. Nel frattempo Tirrito sposta l’auto. Sono circa le 8. Celoni è ancora vivo, anche se non si rende conto in quale parabola sta scivolando. I tre lo lasciano sulla branda e se vanno. Inizia un buco di oltre cinque ore in cui nella camerata non entra nessuno. Sono le 13,30 circa quando Fracassi rientra nello stanzone e trova il commilitone in condizioni critiche. Chiama Tirrito che, in qualche modo lo ha coinvolto nella storia, e il 118. Poco prima delle 15 la dichiarazione di morte. —

Pietro Barghigiani

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