Toscana
Coldiretti: «I super dazi Usa minacciano anche il nostro olio»
Stefano Masini, Coldiretti nazionale, rilancia l’allarme dei produttori vinicoli. L’export italiano sfiora i 2 miliardi
CASTAGNETO. Non solo il vino, ma anche l’olio. I super dazi minacciati dagli Stati Uniti (le consultazioni governative si concluderanno lunedì 13) mettono a rischio le eccellenze dell’agroalimentare toscano e italiano. L’allarme lanciato dagli operatori vinicoli è confermato da Coldiretti nazionale. Stefano Masini, responsabile di ambiente, territorio e consumi della Confederazione Nazionale Coldiretti, non gira intorno al problema. «Il made in Italy agroalimentare - dice Masini - è in paradossale ostaggio dell’amministrazione Usa in ragione della imminente decisione sui dazi che rischiano il boicottaggio ingiustificato dei nostri prodotti. A seguito del contenzioso seguito in altro comparto industriale – quello aeronautico – che ha visto coinvolti alcuni Stati europei come Francia, Germania e Spagna insieme a Gran Bretagna, l’Italia è fatta oggetto di ingiustificate ritorsioni proprio nel settore più amato dai consumatori americani». Masini ricorda che, in particolare, il vino è il prodotto più esportato negli Usa con un aumento del 5% in valore nel 2019 dopo il record di 1,5 miliardi raggiunto l’anno precedente. Ma il problema non si ferma al vino.
«Occorre aggiungere anche l’olio - afferma Masini - e, se prendiamo in considerazione la vocazione della Toscana, è un ulteriore e pesante danno con effetto trascinamento». Tuttavia qualche spiraglio c’è. «La partita non è ancora chiusa e non possiamo che sottolineare positivamente le stesse prese di posizione di influencer di oltre Oceano e il lavoro della nostra diplomazia - aggiunge il dirigente di Coldiretti -. Un conto sono le dispute legate a valutazioni differenziate in termini di sicurezza come quelle che ricordiamo legate alla carne agli ormoni, ovvero clonate, e ancora agli organismi geneticamente modificati altre, come nel caso in esame, prive di alcuna motivazione se non quella di introdurre barriere non solo commerciali ma soprattutto culturali tra paesi che condividono analoghi stili di vita e modalità di consumo».
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