Sicurezza
«La droga a Cecina sta diventando allarme e non solo tra i giovani, tanti 40enni a rischio»
Don Marco Fabbri, parroco del Duomo, scrive e apre un dibattito «La cocaina è diffusa e anche l’eroina: inquinamento e schiavitù»
l’appello
Don Marco Fabbri, parroco del Duomo, interviene pubblicamente per lanciare l’allarme droga tra i più giovani, ma anche tra gli adulti.
Marco Fabbri
Se proviamo a mettere insieme i dati, anche solo quelli pubblici, relativi alla presenza della droga (sia “leggera” che più pesante) nella nostra cittadina, il risultato è veramente preoccupante. La diffusione della droga a Cecina, può dirlo chi a vario titolo è a contatto con le famiglie ed i ragazzi, sta raggiungendo livelli veramente alti. Il fenomeno però non è solo giovanile, ma riguarda anche adulti (l’età media di chi si rivolge ai servizi in Toscana e di 40 anni) di varie fasce sociali e condizioni. La cocaina è diffusa ed anche l’eroina continua la sua presenza mortifera. I casi di cronaca vanno infittendosi: certamente il dato va oltre la nostra realtà locale, ma Cecina, anche per le sue caratteristiche geografiche sta diventando un negativo punto di riferimento. Questo fenomeno non ha certamente una sola causa, ma è sempre il segnale di un malessere, di un vuoto nel cuore e nella vita di una persona. C’è poco da fare, ognuno cerca la felicità a suo modo, ma quella che da la droga è effimera, illusoria e distrugge la persona.
Dice bene Papa Francesco quando la definisce una “forma di schiavitù” che prende la persona e la espropria di sé stessa. Senza contare il traffico di denaro sporco che la droga porta con sé. Nel momento in cui aumenta la sensibilità ecologia per la preservazione della Terra, la diffusione della droga rappresenta un fenomeno stridente di “inquinamento” della vita di tante persone, giovani e non.
Il consumo di droghe inquina e sfrutta anche il pianeta. Come ha ben messo in luce Papa Francesco nella Laudato sii, “il consumo di droghe nelle società opulente provoca una costante o crescente domanda di prodotti che provengono da regioni impoverite, dove si corrompono i comportamenti, si distruggono vite e si finisce col degradare l’ambiente”. Che cosa possiamo fare? Certamente un lavoro encomiabile lo svolgono le forze dell’ordine, impegnate nel contrasto del problema: forse ci sarebbe da aspettarsi una maggiore collaborazione nei loro confronti da parte di chi viene a conoscenza di fatti concreti. Non si tratta di “fare la spia” ma di essere collaborativi ed aiutare chi cerca di lavorare per non fare cadere le persone in un vicolo cieco.
E c’è poi il versante educativo: senza grandi ideali e speranze non si va avanti. Scuola, istituzioni pubbliche, mondo dello sport, del volontariato e dell’associazionismo, chiesa, tutti possiamo fare la nostra parte. Non c’è da perseguitare nessuno, ma da farsi vicino alle situazioni con la delicatezza e l’attenzione che meritano.
Per i casi più gravi c’è la comunità di recupero: in Parrocchia è possibile avere recapiti e proposte valide per ricostruire la propria vita. Le famiglie, pur comprensibilmente restie e in difficoltà davanti al problema, possono rivolgersi per avere indicazioni ed un aiuto. —
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