La protesta
«Non metteremo in pericolo la popolazione nessuno abbandonerà il pronto soccorso»
Il medico del 118 Ristori: «I soldi non ci interessano, lottiamo per le tutele, ma in questi mesi nessuno si è fatto sentire per sostenere i nostri diritti»
colloquio
GIULIO CORSI
Riccardo Ristori, lei è uno dei medici più noti del pronto soccorso, pur non essendo dipendente dell’Asl ma “in prestito” volontario all’ospedale come convenzionato del 118: che cosa sta succedendo dentro quelle mura?
«Con i colleghi in convenzione stiamo portando avanti una battaglia che avevamo già tentato senza successo, da precari, anni fa: non è una battaglia economica, i soldi non ci interessano. È una questione di tutele, di gravidanza, di malattie, di infortuni. Pensi che abbiamo avuto una collega che è venuta a lavorare con un tutore, perché se noi non lavoriamo non prendiamo lo stipendio. E c’è chi deve pagare il mutuo...».
I sindacati però sul tasto dell’indennità, peraltro giustissima per un lavoro di grande stress, spingono molto...
«Io non entro nella questione sindacale, non è il mio campo. Dico però che tutti noi abbiamo proposte di lavoro dalla medicina privata, con stipendi interessanti, ma nessuno ha mai accettato perché non siamo qui per una questione di soldi. Una collega ha rinunciato ad essere medico di famiglia perché in pronto soccorso è considerata un riferimento per i pazienti. Questo è un lavoro che facciamo con tutti noi stessi, perché ci crediamo».
Non è un caso che i cecinesi nutrano affetto per il loro pronto soccorso: la lettera di Don Reno sul Tirreno ve ne dà ampio riconoscimento...
«È la gratitudine di una popolazione con cui siamo invecchiati insieme: questo è l'unico pronto soccorso che lavora così in tutta la Toscana, diciamo che facciamo un po’ i medici di famiglia in pronto soccorso. E qui non siamo a Livorno, non è un ospedale dove hai gli specialisti: la notte devi fare tutto, l’ortopedico, il pediatra e bambini ne arrivano tanti... Poi, purtroppo, ci sono anche i pazienti che ci promettono di metterci le mani addosso: ogni volta che ci minacciano è una ferita che rimane lì».
È uno dei grandi problemi quotidiani di chi lavora in pronto soccorso...
«Il guaio è che noi siamo lasciati soli. Qualche anno fa una collega si è licenziata: fece ricoverare un uomo che purtroppo il giorno dopo morì. Nonostante il suo corretto comportamento ci fu una causa, lei dovette pagarsi 5000 euro di avvocato. Ma ne succedono tante, tra minacce, denunce e purtroppo decessi, e noi siamo lasciati da soli. E neanche c'è un percorso che preveda una sorta di riabilitazione al burnout, allo stress. Questo, per la verità, vale anche per i dipendenti: siamo tutti messi male e infatti nessuno vuole più fare questo lavoro, soprattutto la notte, ne facciamo anche 6 al mese, in due, con una ventina di accessi di media più l’osservazione breve a cui stare dietro. Il grosso del lavoro è fino alle 2, poi l’affluenza cala al pari delle forze. Tra noi e i medici dipendenti non c'è alcun tipo di problema, ma il trattamento è sperequativo. E poi mentre loro hanno scelto il pronto soccorso, a noi c'hanno buttato dentro».
Vi siete dovuti “rispecializzare”...
«Veniamo tutti dal 118 con una preparazione mirata alla terapia nel breve periodo, ci siamo trovati a fare pronto soccorso e osservazione breve intensiva, ci siamo dovuti preparare. Devo dire che abbiamo imparato bene - tanto che Cecina rimane sotto il 13% dei ricoveri - perché riusciamo ad avere un rapporto ottimo con la popolazione. Siamo delle colonne per quest'ospedale».
E non vi sentite trattati bene: il braccio di ferro che c’è con l’azienda ha raggiunto picchi di conflittualità notevoli. E il dg dell’Asl ha parlato di interruzione di pubblico servizio di fronte alla vostra decisione di lasciare il pronto soccorso...
«Sarebbe interruzione di pubblico servizio se non ci presentassimo al 118».
Il rapporto che avete instaurato con i cittadini-pazienti aumenta ancora di più il peso della vostra responsabilità: davvero lunedì prossimo non vi presenterete in ospedale?
«No. Credo che di nessuno di noi si sentirà di portare una leva emotiva così forte da non presentarsi in pronto soccorso. Non metteremo in pericolo la popolazione».
Dunque?
«Il senso di responsabilità prevarrà: alcuni di noi si presenteranno comunque sapendo che perderanno questa battaglia ma non il rapporto che c’è con i cittadini. Senza di noi che cosa fanno? Chiudono l’osservazione breve intensiva, mettono un medico solo la notte? Diventrebbe pericoloso».
È pessimista sulla vertenza?
«Credo che i sindacati troveranno una soluzione. Altrimenti perderemo. Però una cosa voglio dirla: ci sono rimasto male perché nessuno si è fatto sentire. Ma come, hai un gruppo di persone difficile da trovare e le tratti così? Vieni nella fanghiglia a vedere come si sta qui dentro, parla con la truppa. E invece niente...». —
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