Il Tirreno

Gli allievi in lacrime: «Abbiamo perso un allenatore di vita, non solo un judoka»

Michele Falorni
Una bella foto del judoka olimpico Michele Monti
◗
Una bella foto del judoka olimpico Michele Monti

I ricordi dei ragazzi che Michele Monti seguiva al Kodokan. «Anni fa ha voluto allenarci anche la mattina di Natale» 

4 MINUTI DI LETTURA





ROSIGNANO. Michele Monti, un atleta signore e non solo un signor atleta, bisogna ascoltare le voci armoniose dei suoi allievi, pronti a svelarne il lato meno conosciuto e visibile: quello umano. Pochi forse sanno che dietro al personaggio svettava la persona, intelligente e colta, amante della lettura e del cinema, appassionata di calcio e tennis. Un uomo fuori dagli schemi, che ogni fine settimana lasciava Roma e la divisa della Guardia di finanza per raggiungere la palestra Kodokan di via Verdi a Cecina e allenare un gruppo di ragazzi, prima ascoltandoli e poi consigliandoli. «Era rispettoso e affettuoso», hanno detto a una voce.

Nel judo, le cinture non identificano soltanto il grado, ma sono un attestato di merito. Anita Cantini, nera 2° dan e vice campionessa italiana assoluta in carica, è la prima a parlare. «Ci ha dato tanto, spiegandoci quanto è necessario faticare per raggiungere un obiettivo, soffrendo e mettendoci l’anima. Era severo e ci convocava il sabato e la domenica mattina. Prima che arrivasse, avevo quasi perso la voglia. Mi ha riacceso la luce, perché credeva in noi e noi in lui».

Marco Cavallini è un altro componente della pattuglia che, all’inizio di questo decennio, ha condiviso l’esperienza insieme a Pietro Graziani, nipote di Michele. «Un esempio per tutti – dice – che ci aveva scelto perché lo seguivamo con entusiasmo. Aveva la capacità innata di trasformare uno sport individuale in uno di squadra. Renato Cantini lo citava come esempio insieme a Giulia Quintavalle. Sì, è vero, ci siamo allenati la mattina di Natale del 2010 correndo in pineta a Marina e tuffati in mare a novembre. Mi ha insegnato il rispetto degli altri e a informarmi bene prima di parlare».

[[atex:gelocal:il-tirreno:cecina:cronaca:1.17549254:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/cecina/cronaca/2018/12/10/news/il-judoka-di-bronzo-michele-monti-stroncato-a-48-anni-da-una-malattia-1.17549254]]

Cavallini conferma che Monti tifava Liverpool. Una scelta non comune, perché la squadra di calcio inglese è conosciuta non soltanto per i risultati sportivi, ma per l’inno che da sempre la accompagna. “Non camminerai mai da solo”, ne riassume lo spirito e la spinta a non fermarsi mai. Il credo del maestro.

«Faticava a nascondere alcune sue preferenze – ricorda Alice Favero – ed io ero tra quelle. Lui sceglieva le persone e non gli atleti. Era speciale: con nessun altro avremmo mai sacrificato le mattine del 24 e 25 dicembre. Per lui sì. Una volta ci portò sulle montagne vicino all’Abetone e, a fine seduta, pranzammo al rifugio. Di quel giorno ho un ricordo bellissimo. Dei suoi successi non ci parlava, preferiva concentrarsi su di noi e valorizzarci. Se siamo cresciuti dal lato caratteriale e umano dobbiamo dirgli grazie. Ho perso un allenatore di vita, non di judo».

Monti, schietto e riservato, ha coltivato la non trascurabile capacità di rimanere sempre se stesso. Partito da Rosignano, aveva scalato il mondo e, alle Olimpiadi di Atene del 2004, avrebbe meritato una medaglia. Non gli mancavano certo la preparazione e l’esperienza. «Unico. Noi lo abbiamo amato – sono le parole di Giacomo Santini – perché ci ha formato correggendo gli errori in modo deciso e preciso. Non obbligava nessuno, sceglieva senza forzare, insegnando il valore del sacrificio e della determinazione. Certo, fuori dal tatami ci siamo visti per un aperitivo, ridendo e scherzando. È arrivato solitario e silenzioso e così è rimasto durante la malattia. Aveva voglia di vivere. Mai dimenticherò i carichi di lavoro e gli esercizi in pineta. Riconosceva i problemi e suggeriva il modo di affrontarli. Ho perso uno zio».

Incontrarsi il 31 dicembre, a Pasqua e Pasquetta per ripassare la tecnica non è comune. Ma Michele sapeva quanto costanza e fiducia nei propri mezzi servissero a scavare la differenza. «Ci motivava e ci seguiva – conclude Benedetta Capponi – e una sua parola valeva la presenza in palestra. Mi ha accompagnato al campionato under 23 a Bari nel 2011, avevo 16 anni. Ricordo bene che, durante i viaggi in macchina, si inventava un gioco di parole affinché non ci annoiassimo. In estate, alla fine del lavoro in pineta, facevamo il bagno in mare vestiti. Teneva sempre tutti d’occhio: correvamo e lui chiudeva la fila in bicicletta, senza permettere a nessuno di mollare. Un episodio mi è rimasto in mente: sempre a gennaio del 2011 ci trovammo a Lignano Sabbiadoro, in provincia di Udine, per un raduno. Erano i primi giorni dell’anno e Michele decise di tuffarsi in mare. Nevicava. Passò qualche minuto e non lo vedemmo più. Aveva dimenticato le chiavi di camera ed era rimasto sulla porta dell’albergo in accappatoio ad aspettarci». Senza chiedere niente a nessuno.

I suoi allievi lo hanno dipinto così: un atleta di talento, un uomo al quale non mancavano i valori e la comprensione verso chi, onorando la cintura, sbagliava. Ha sempre riso con loro e mai di loro, ascoltandone le confidenze e apprezzandone la riconoscenza.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web