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Platea da demolire la società Serendipity presenta ricorso al Tar

CLAUDIA GUARINO
Platea da demolire la società Serendipity presenta ricorso al Tar

Secondo il Comune manca l’autorizzazione paesaggistica Copelotti (geometra): «Non serviva, siamo in regola»

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Alla proprietà del Serendipity di San Vincenzo non va giù l’ordinanza con la quale il Comune ha intimato la demolizione della platea in cemento situata sotto le colonne del locale che si affaccia sul mare, lungo via Sicilia.

«Riteniamo illegittimo l’atto del Comune - dice il geometra Riccardo Copelotti, direttore dei lavori per la società proprietaria della struttura, la Serendipity srl - Perché noi ci siamo limitati a ricostruire la platea esistente, rispettando tutte le misure e le norme. Il fatto che la struttura risulti più evidente è dovuto ai fenomeni erosivi che colpiscono la costa, i quali hanno fatto perdere quota all’arenile di almeno un metro».

Secondo la proprietà, quindi, non ci sarebbe alcuna base per demolire la platea, anche perché, dice Copelotti, «non c’è bisogno - a differenza di quanto affermato dal Comune - di alcuna autorizzazione paesaggistica per quella platea».

Tutto ha avuto inizio nel 2010, quando il Serendipity, trovandosi molto vicino al mare, subì parecchi danni - tra cui l’abbattimento di un pilone - a causa di una forte mareggiata. Da quel momento in poi, negli anni, la proprietà «è intervenuta - racconta Copelotti - con varie opere volte alla ricostruzione».

Si arriva al gennaio scorso, quando il Comune, tramite ordinanza del sindaco, ha dichiarato l’inagibilità della struttura, a seguito di danni causati, anche questa volta, dal maltempo. Successivamente lo stesso ente ha sostenuto di aver preso atto della realizzazione di una nuova platea in calcestruzzo situata sotto le colonnine di sostegno del locale, la quale risulterebbe priva di tutti i necessari permessi paesaggistici a costruire. A quel punto è perciò stato ordinato l’abbattimento dell’opera e la «remissione in pristino dello stato dei luoghi».

La proprietà, da parte sua sostiene di aver fatto tutto secondo le regole, dato che «quell’autorizzazione non era necessaria». Ha perciò deciso di ricorrere al Tar. —

CLAUDIA GUARINO

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