Il Tirreno

«È un bimbo, salvate il suo piede»

di Manolo Morandini
«È un bimbo, salvate il suo piede»

Nel 1962 aveva 17 anni, Pietro Simoncini ricorda le parole di don Reno ai medici in sala operatoria

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CECINA. «Mi teneva il piede per le dita». L’immagine si è stampata nella memoria e nel cuore di Pietro Simoncini. Domenica 30 settembre 1962. Aveva 17 anni quando si ritrovò in sala operatoria all’ospedale di Cecina con il rischio di subire l’amputazione del piede sinistro. Don Reno Pisaneschi era lì. “L’allora giovane sacerdote venne chiamato in sala operatoria a dare un aiuto al professor Cesare Vannocci e la medico Giancarlo Lazzeri. C’erano anche l’infermiere Giovanni Benci e la tutto fare suor Agostina». Il ricordo è nitido. «Don Reno sottolineava ai medici la mia giovane età e non mollava la presa del piede». L’allora primario Vannocci gli rispose: «Sì è un bimbo, proviamo se si riattacca questo piede». Poi il buio. Sei ore di intervento chirurgico. E qualcosa da raccontare ad amici e nipoti per tutta la vita. Oltre alla riconoscenza che lo ha spinto a rispolverare la sua storia in occasione dei settant’anni di sacerdozio di don Reno.

«Sono stato ricoverato per diversi mesi – ricorda Simoncini –. Ero tutto ingessato, sembravo una mummia. Don Reno tutte le sere passava a fare visita ai ricoverati e quando arrivava al mio letto rimaneva più a lungo. Mi raccontava delle barzellette per tirarmi su il morale». Che aggiunge: «Sono passati più di cinquant’anni e sono qua a raccontare la mia storia, che non potrò mai dimenticare».

Riavvolgiamo il nastro. Il 30 settembre del 1962 Pietro percorre in sella al suo motorino lo stradello che corre a lato dei binari della ferrovia. «Dovevo raggiungere gli amici nella zona della Cicala che ride – dice –. C’era un podere in cui avevamo attrezzato un campo da calcio». Verso le 11 del mattino si trova a transitare all’altezza della casa cantoniera in zona Cinquantina. Qui viene superato dal treno rapido che da Grosseto è diretto a Livorno. «Non lo sentii arrivare alle mie spalle». Il motorino che scarta di lato e Simoncini urta la pedana di una carrozza del convoglio. Viene sbalzato lontano dal binario e il motorino finisce sopra di lui. Nell’impatto con il treno si frattura il femore mentre la caduta gli procura una frattura “esposta complessa della gamba sinistra al 4º inferiore, con incisione dei vasi, muscoli e tendini”, si legge nel referto medico che custodisce ancora oggi.

Come sia stato possibile scongiurare un esito tragico sono le cronache dell’epoca a raccontarlo. In quel punto il rapido viaggiava a velocità ridotta a causa dei lavori in corso al vicino sovrappasso del Tripesce. «Avevo un dolore tremendo e stavo perdendo molto sangue». Il primo a prestare soccorso è il casellante. «Anche il rapido arrestò la corsa e c’era chi proponeva di caricarmi a bordo per portarmi all’ospedale di Livorno. Invece, la mia fortuna è stata che date le mie condizioni venne deciso di portarmi a Cecina». Anche l’arrivo all’ospedale è da raccontare. «Venni caricato su un treno merci che stava transitando verso la stazione di Cecina – racconta Simoncini –. Alla stazione dei ferrovieri mi caricarono su una barella e decisero di trasportarmi a piedi e di corsa all’ospedale, senza attendere l’arrivo dell’ambulanza».



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