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Tutto il paese in strada per dire addio a Francesca - Foto
Nibbiaia a lutto per la donna uccisa dall’ex marito Il vescovo: «Le leggi attuali sono insufficienti»
NIBBIAIA. Il corteo attraversa il paese tra le persiane chiuse delle case e le saracinesche serrate delle botteghe. Nibbiaia conta circa settecento abitanti e mezzora prima della cerimonia sono tutti qua, per strada, immersi nel silenzio che segue il feretro di Francesca Citi. Un borgo sconvolto da una tragedia più grande dei suoi confini, dove tutti hanno ancora nelle orecchie le chiacchiere sull’ossessione dell’ex marito e negli occhi i volti delle due bambine lasciate orfane dalla follia.
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Le piccole, diciotto anni in due, non ci sono al funerale perché il loro ricordo della madre deve essere un altro. Ci sono però le associazioni, i religiosi, le istituzioni, i colleghi, gli amici più o meno intimi e i parenti. Tutti presenti, con gli occhi gonfi e il nodo alla gola che ferma le parole. Proverà a tirarle fuori solo don Matteo Seu durante l’omelia: «Ora le parole di ira alimentano solo l’odio – dirà dal pulpito – Ora servono le parole di amore».
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Non è semplice trovare delle parole sensate. Non oggi. Alle 14. 30 del 20 febbraio l’appuntamento del paese è in via Sgarallino, di fronte a casa di Francesca, 45 anni, uccisa a Livorno mentre era nello studio dentistico in cui lavorava. Nel giardinetto dell’abitazione ci sono i parenti e gli amici più stretti, divisi a piccoli gruppi. Fuori, sull’asfalto, due lunghe colonne di persone costeggiano la strada. Pochi parlano, qualcuno piange, altri gettano lo sguardo sul belvedere che dà sulla valle.
«Povera bimba, e povere bimbe», mormora tremolante un’anziana con la mano davanti alla bocca. Direttamente dall’obitorio di Livorno, puntuale, arriva il feretro davanti al cancello e allora sparisce anche quel poco di brusio. I presenti formano un enorme corteo che risale la via, passando sotto a una schiera di portoni e finestre chiuse. Non c’è nessuno in casa, né al lavoro: il Comune ha decretato il lutto cittadino e sui negozi campeggiano i cartelli che lo ricordano. Sono tutti qua: i più dietro al carro funebre, altri in sua attesa davanti alla chiesa di San Giuseppe, dove si svolgerà la cerimonia.
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A rompere il silenzio surreale della folla solo il vento e il rumore dei passi che battono all’unisono la salita. Nessuna parla. Neanche quando sulla destra, dopo poco più di duecento metri, s’affaccia via Montenero e con essa la casa di Massimiliano Bagnoli, l’ex marito di Francesca, che prima l’ha uccisa e poi si è tolto la vita. Qualcuno ci getta lo sguardo, magari ripensando a quelle chiacchiere che hanno portato molte persone a parlare di «una tragedia annunciata», visto che la sua ossessione per l’ex moglie non è mai stata un vero mistero in paese, ma poi tira dritto verso il suono delle campane a morto.
La chiesa di San Giuseppe è una piccola parrocchia ai confini del borgo: dentro ha due file da nove panche ciascuna, subito riempita dalle persone più vicine alla vittima, con il compagno e i parenti in prima fila. Tutti gli altri restano in silenzio sul sagrato sotto al gelido sole invernale, ascoltando le parole tenui che arrivano dall’altare. Don Matteo, nella sua omelia, cerca di ripercorrere la vicenda seguendo i Vangeli. «Oggi le domande come “cosa avrei potuto fare” eccetera alimentano solo il nostro dolore insanabile», dice, invitando piuttosto a soffermarsi «sull’amore che proviene da chi ci è vicino». «L’amore è rivolgere lo sguardo verso l’altro, non solo sui miei bisogni – continua – Anche la gelosia, è egoismo. Possono sembrare parole semplici, parole da prete, ma sono quelle che riesco a dirvi, le parole dell’amore rivolto al prossimo». Le parole di ira, invece, «oggi servono solo a toglierci la speranza», conclude.
Il freddo pungente non smuove nessuno dalla piccola parrocchia e verso la fine, quando l’aria si gonfia d’incenso, il parroco legge la lettera inviata dal vescovo di Livorno, Simone Giusti. E il monsignore non usa giri di parole nel dire che «le leggi attuali non tutelano non sono sufficienti, non tutelano chi è in pericolo». Già, perché non era un mistero che l’ossessione dell’ex fosse un pericolo concreto, neanche per le istituzioni che a vario titolo sono entrate in contatto con questa vicenda prima che si trasformasse in un dramma. Quando il feretro esce, decine di palloncini rossi e bianchi volano in cielo, dove si volge lo sguardo dei più. Poi Francesca prende la via che porta al cimitero di Nibbiaia e con tutto il suo paese al seguito imbocca il viale alberato accanto alla chiesa dove, nell’ombra delle folte chiome, scompare.
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