Attenzione
Due alter ego per un giallista
Andrea Nacci, banchiere scrittore, racconta la sua passione per i viaggi e la velocità
CECINA. Dirigente di banca e scrittore. Due alter ego letterari: l’alchimista e il detective. La passione per i lunghi viaggi e le auto da corsa. Volterra e la Val di Cecina e San Francisco. Andrea Nacci si presenta così. Con una dualità che lo diverte e lo affascina.
Alchimista o detective?
«L’uno e altro. Cambiano i tempi: uno rappresenta la riflessione, la scontrosità; il secondo è un personaggio fuori dalle righe».
Riprendendo una sua citazione: cosa voleva fare nella vita e cos’ha fatto?
«Sarò presuntuoso, ma sia la banca che la scrittura sono le cose che ho desiderato fare e che ho fatto. Mi sento di aver realizzato quello che volevo, ho sperimentato, ho dato spazio alla mia curiosità».
Quando ha cominciato a scrivere? E cos’è per lei la scrittura?
«Per me la scrittura è divertimento. Scrivo velocemente: prima immagino la trama, il resto è facile... Scrivevo fin da giovanissimo. Ho cominciato con le sceneggiature dei fumetti: Monello, Intrepido. Avevo 18 anni e curavo le storyboard. A forza di scrivere fumetti sono passato ai racconti, prima brevi, poi alle storie più complesse. Ho pubblicato dieci libri e sto lavorando all’undicesimo: si intitola “Diamantide”, è un giallo con Norman Strike ambientato tra il Botswana e San Francisco».
Chi è nato prima: Strike il detective o Lacci l’intimista?
«Prima Norman Strike. Da giovane mi rappresentava. Io nel ’68 avevo vent’anni, ero un capellone che manifestava a Pisa, dove frequentavo economia aziendale».
Lei ha lavorato per molti anni in banca: le piaceva?
«Moltissimo. Per me la banca è soprattutto commerciale più che contabile: ho sempre privilegiato i rapporti con le persone. Ho cominciato come cassiere a Saline, dove ho subito una rapina, ho diretto la prima filiale a Chianni, e poi altre filiali...»
L’intero cursus honorum fino alla dirigenza.
«Con passione e dedizione sono diventato vicedirettore generale della CrV. Il mio lavoro mi piaceva e mi ha dato moltissimo, proprio perché ho sempre ricercato il rapporto con le persone. Non è un caso che durante il mio lavoro è maturata la passione per la comunicazione, perché ho capito che la relazione, farsi capire dagli altri, è la cosa più importante. Ho seguito un master alla Barkley University e ho organizzato anche corsi di comunicazione interni alla banca, rivolti ai dipendenti».
Gli Stati Uniti sono l’altra sua grande passione.
«Mi piace molto viaggiare, e ho girato molto. Così come mi piacciono le auto da corsa e la velocità. Da giovane ho fatto anche l’autostop. Gli States sono un Paese incredibile. Ma faccio due tipi di viaggi: da turista con mia moglie, che ama le comodità, anche se è un’eccellente viaggiatrice e mi ha accompagnato un mese in auto in Polonia; da viaggiatore, quando sono solo o con alcuni amici appassionati come me. Quando viaggio parlo con le persone del loro quotidiano: ricordo in India la bellezza della spiritualità, più importante delle cose materiali. Sono così poveri, eppure offrono il cibo agli dei».
Il viaggio più bello.
«In auto da Chicago alla California sulla 66 Route, ma il Canada è stato il posto più inimmaginabile. Il viaggio più avventuroso è stato Little Big Horne, con la scoperta dei fantastici pellerossa. Il prossimo sarà in Cambogia e Vietnam. E già sogno di andare in auto da New Orleans alla California, fino al Messico».
È nato a Volterra, vive a Cecina da molti anni e ambienta i suoi libri tra Val di Cecina e San Francisco. Qual è la sua città?
«Amo Volterra e la sua riservatezza. Mi sono divertito a scrivere un libro sui misteri di Cecina. San Francisco sicuramente è la città che raccoglie meglio e sintetizza la tradizione europea e americana, le novità. È una città in cui si respira aria di libertà. È Kerouak, il movimento studentesco, i diritti delle minoranze. Qui è nato il gaypride».
Perché ha scelto il giallo?
«Perché soddisfa la mia curiosità, perché c’è suspense ma anche perché è sinonimo di evasione, e per me la scrittura è sorriso, leggerezza».
Quanto le è servita l’ironia?
«Tantissimo, sarebbe una tragedia non saper ridere».
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