Gioco
Due vogatori morti nel naufragio, una barca sparita e ritrovata: la storia della otto jole dei Canottieri
Restaurata nei cantieri Gavazzi, oggi un comitato si mobilita per custodire questo simbolo dello sport di Rosignano
ROSIGNANO. Il corpo di Albano Mazzanti fu restituito dal mare il 25 maggio. Tre giorni dopo le correnti riportarono a riva il cadavere di Salvatore Maccioni. Salvatore era il timoniere, Albano uno degli otto vogatori della jole che la mattina del 13 maggio del 1940 dal porticciolo dei Canottieri Solvay mosse la prua verso il fanale di Vada. A bordo nove atleti del prestigioso circolo biancoblù che sfornava tanti campioni in quegli anni; un equipaggio impegnato in quella che doveva essere una normale seduta d’allenamento. Il mare era calmo, se non fosse stato per un po’ di leggerissima brezza di terra, le condizioni meteo ideali. Verso le 13, però, il cielo s’annuvolò di colpo e cominciò a soffiare un fastidioso vento di nord ovest.
[[atex:gelocal:il-tirreno:cecina:cronaca:1.16234170:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.16234170:1652383131/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Fu Pescino Pescia, preoccupato perché l’otto su cui c’era anche il fratello non faceva ritorno, a decidere di prendere la via del mare. Imbarcò su un gozzo Danilo Paladini-Morelli, l’aiuto allenatore, e a remi diresse la barca verso il fanale. Erano ormai a più della metà del percorso quando improvvisamente videro la sagoma un uomo che annaspava nell'acqua. Si trattava di uno dei vogatori che faticava a tenersi a galla. Eppure con quel poco di fiato che rimaneva informò i soccorritori che la barca si era capovolta poco distante. Raddoppiata la lena sui remi, Pescia e Morelli raggiunsero l’area del fanale dove riuscirono ad imbarcare altri due naufraghi. Mancavano ancora sei uomini e voi potete immaginare il gelo e l’ansia che attanagliarono Pescia e Morelli quando scorsero l’imbarcazione capovolta senza nessuno attorno. In realtà tre dei vogatori erano rimasti a lungo aggrappati allo scafo ma estenuati dalla fatica e dall'emozione alla vista in lontananza dell'imbarcazione soccorritrice, avevano completamente perso le forze e si erano abbandonati. Fortunatamente Pescia, avvicinando il gozzo a ridosso della jole, vide la testa di uno dei naufraghi far capolino tra le onde, e senza indugiare un attimo, si gettò in acqua con gli altri e recuperò i naufraghi. Tra questi si trovava suo fratello Milziade.
Non era ancora finita, però. Mancavano all’appello altri tre membri dell’equipaggio. Raccontano che avessero atteso più di un’ora in prossimità della jole ma non vedendo nessuno avevano deciso di raggiungere la riva a nuoto. Uno di loro ce la fece. Lo soccorsero stremato ma vivo sulla battigia. Di Albano e Salvatore, tuttavia, nessuna traccia. Scomparsi, inghiottiti nel blu profondo. Il mare restituì i loro corpi tredici e quindici giorni dopo il naufragio.
[[atex:gelocal:il-tirreno:cecina:cronaca:1.16234158:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.16234158:1652383131/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Dopo questa tragedia il canottaggio rosignanese segnerà un pausa di riflessione di due anni, in segno di dolore e lutto. Riprenderà nel 1942 ma con due sole apparizioni in gare nazionali. La chiamavano Moby Dick, come la balena di Melville. Sedici metri e mezzo di legno di cedro, partorito nel 1930 dal cantiere Ezio Carlesi di Livorno ed acquistato lo stesso anno dai Canottieri Solvay per le regate. Fior di campioni vogarono su quell’otto come il rosignanese Roberto Vestrini, olimpionico a Los Angeles nel ’32. Sembrava sparita nel nulla, quella barca, avvolta dalla maledizione di quel drammatico 13 maggio e dalle nebbie di ricordi funesti. Finché nel 2011 Luciano Gavazzi, noto maestro d’ascia, incona della vela nostrana e titolare dell’omonimo cantiere nautico, non si imbattè in una jole che aveva tutte le fattezze di quella famigerata, partorita dai cantieri Carlesi. Era in stato di abbandono ai Canottieri di Orbetello.
Gavazzi la recuperò e la riportò a Rosignano, intuendone l’alto valore simbolico e sportivo. Il resto è storia recente in cui passato e presente s’intrecciano come i ricordi e le emozioni. Come la storia di Paolo Pescia, ex atleta, ex consigliere comunale, figlio di Pescino e nipote di Marino, campioni del canottaggio locale, che insieme agli altri componenti dell’Agenzia dello Sport di Rosignano si è tuffato in un progetto ambizioso che è già a più della metà dell’opera: il restauro della mitica otto jole e l’avvio di una mostra permanente dedicata a questa barca-simbolo.
[[atex:gelocal:il-tirreno:cecina:cronaca:1.16234162:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.16234162:1652383131/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
«Non lo faccio per la mia famiglia - spiega Pescia - ma perché credo profondamente che questa barca sia la testimonianza di una comunità che è cresciuta con la pratica sportiva». Di quando dal secondo decennio del 1900 la società Solvay cominciò a promuovere per i propri dipendenti, ma non solo, il canottaggio, il tennis, la vela e l’atletica leggera. Una tradizione che da Vestrini in poi, passando per i fratelli Gavazzi, ha visto generare campioni come gli olimpionici Michele Monti e Giulia Quintavalle, il canottiere Filippo Mannucci e un plotone di giovani e agguerriti velisti. Una tradizione di cui quella 8-jole è più che un simbolo.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
