Sicurezza
«40 anni col mephisto Ma sempre libero»
di Leondina Marulli
Il fondatore del Gis dei Carabinieri a Cecina si racconta «Il basso profilo ti aiuta a servire meglio lo Stato»
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CECINA. Il Comandante Alfa, nome in codice del co-fondatore del Gis, Gruppo investigativo speciale dei carabinieri è a Cecina per raccontare la sua vita passata dietro al passamontagna in difesa dello Stato. Nessun rimorso né rimpianto, una vita che ripercorre nei suoi libri e che gli è valsa la Croce d’oro al merito dell’Arma. Il comandante Alfa è stato ospite in un incontro pubblico al Palazzetto dei congressi, una delle poche tappe in tutta Italia organizzata dall'Osservatorio permanente sulla legalità e sicurezza del Comune di Cecina in collaborazione con Federico Pinto.
Quando, con i suoi colleghi, ha iniziato a costruire il Gis, ha mai immaginato quelli che poi sarebbero stati i vostri successi?
«Il Gis è nato nel 1978 e nessuno di noi pensava di riuscire a diventare il reparto più efficiente del mondo. Non ci credevamo però poi è uscita fuori l’italianità che consiste nell’arte dell’arrangiarsi e a quel punto abbiamo iniziato a guardarci intorno e copiare i corpi speciali degli altri paesi, da quello israeliano a quello inglese e tedesco. Abbiamo adeguato il metodo alla nostra cultura e siamo arrivati a un punto che siamo noi ad essere copiati».
Com’è la vita dietro un passamontagna per 40 anni?
«Si vive benissimo perché ti senti protetto e libero, al contrario di quello che si può immaginare. Liberi di dedicarsi al proprio lavoro. Sono convinto che il basso profilo aiuti a servire al meglio lo Stato».
Quale missione le è rimasta maggiormente impressa e perché?
«La liberazione di Patrizia Tacchella, un’operazione durante la quale avevamo cambiato tutte le tecniche per paura di spaventarla. L’unica volta in cui, una volta solo con lei, ho tolto il mephisto, proprio per non spaventarla. Mi commuovo ancora quando ne parlo perché quando arrivai mi disse “Ti aspettavo”. Questo significa che, nonostante tutto, lei aveva ancora una profonda fiducia nell’arma dei carabinieri e sul fatto che la riportassimo a casa. Mi rende incredibilmente orgoglioso».
Ha mai pensato di abbandonare?
«No, mai neanche per un secondo. Se avessi avuto la possibilità, avrei continuato volentieri. La missione più difficile è quella di staccarsi dai ragazzi. Ora però grazie ai libri mi sembra di nuovo di essere sempre in missione».
Quasi 40 anni con il mephisto, anni durante i quali ha conosciuto il terrorismo interno e poi internazionale. Ci sono delle similitudini tra le due organizzazioni?
«No, assolutamente. Il nostro non era nulla in confronto a quello internazionale. E lo dimostra il fatto che con le leggi siamo riusciti a debellarlo mentre quello che viviamo oggi è innegoziabile perché portato avanti da persone che non hanno alcun ideale. Vogliono inculcarci la loro cultura con la violenza ma sono convinto che non vinceranno mai».
Quando nasce l’esigenza di raccontarsi nei libri?
«In un momento particolare come questo ho pensato che tutti dovessero conoscere la storia di un eroe senza nome e senza volto. Una vita piena di rinunce, in un momento in cui i ragazzi pensano esclusivamente a divertirsi e non come noi che difficilmente potevamo andare ad un concerto o semplicemente al cinema. Inoltre, ho sentito di dover ringraziare l’arma dei carabinieri per la vita entusiasmante che ho fatto. Mi hanno fatto crescere e con me la mia famiglia. E poi, un ringraziamento particolare va ai Gis, gli ex i presenti, grazie a loro sono riuscito ad avere una vita perché è la squadra che vince e senza la squadra non avrei fatto nulla. I giovani hanno bisogno di insegnamenti, di esempi positivi. Il mio messaggio è che non esistono obiettivi irraggiungibili e lo dico io che arrivo da un piccolo paese del sud, da un’infanzia difficile, dove per me sarebbe stato più facile passare dall’altra parte. Grazie a mio nonno e ai miei genitori, però, ho fatto la scelta giusta».
Nel suo ultimo libro, Io vivo nell’ombra, ha dichiarato che c’è un limite sottile tra la paura e il coraggio. Come si passa, anche nella vita di tutti i giorni, dall’uno all’altro?
«La paura la vinciamo con l’esempio dei nostri eroi. E noi abbiamo Falcone come esempio, che diceva sempre di non farsi sopraffare dalla paura. Il coraggio viene dal cuore perché ognuno di noi sa ed ha sempre saputo che pur di salvaguardare l’incolumità del collega, ognuno dà il meglio di sé. E’ la fiducia che c’è alla base. Pochi secondi prima di intervenire, ci guardiamo negli occhi attraverso il mephisto, ci diamo una forte stretta al bicipite per far sentire all’altro la nostra presenza e la nostra forza».
In un’intervista ha dichiarato che suo nonno le ha insegnato la libertà di muoversi. Cos’è?
«La libertà di movimento non ha valore. Io ho arrestato tanti mafiosi, camorristi, che avevano accumulato soldi e ricchezze ma vivevano nelle buche, senza la libertà di potersi muovere. L’insegnamento, e l’ho capito con il tempo, è stato questo: se rispetti se leggi e vivi nella legalità, non hai paura di muoverti e ti senti libero di andare dove vuoi senza paura».
Quando, con i suoi colleghi, ha iniziato a costruire il Gis, ha mai immaginato quelli che poi sarebbero stati i vostri successi?
«Il Gis è nato nel 1978 e nessuno di noi pensava di riuscire a diventare il reparto più efficiente del mondo. Non ci credevamo però poi è uscita fuori l’italianità che consiste nell’arte dell’arrangiarsi e a quel punto abbiamo iniziato a guardarci intorno e copiare i corpi speciali degli altri paesi, da quello israeliano a quello inglese e tedesco. Abbiamo adeguato il metodo alla nostra cultura e siamo arrivati a un punto che siamo noi ad essere copiati».
Com’è la vita dietro un passamontagna per 40 anni?
«Si vive benissimo perché ti senti protetto e libero, al contrario di quello che si può immaginare. Liberi di dedicarsi al proprio lavoro. Sono convinto che il basso profilo aiuti a servire al meglio lo Stato».
Quale missione le è rimasta maggiormente impressa e perché?
«La liberazione di Patrizia Tacchella, un’operazione durante la quale avevamo cambiato tutte le tecniche per paura di spaventarla. L’unica volta in cui, una volta solo con lei, ho tolto il mephisto, proprio per non spaventarla. Mi commuovo ancora quando ne parlo perché quando arrivai mi disse “Ti aspettavo”. Questo significa che, nonostante tutto, lei aveva ancora una profonda fiducia nell’arma dei carabinieri e sul fatto che la riportassimo a casa. Mi rende incredibilmente orgoglioso».
Ha mai pensato di abbandonare?
«No, mai neanche per un secondo. Se avessi avuto la possibilità, avrei continuato volentieri. La missione più difficile è quella di staccarsi dai ragazzi. Ora però grazie ai libri mi sembra di nuovo di essere sempre in missione».
Quasi 40 anni con il mephisto, anni durante i quali ha conosciuto il terrorismo interno e poi internazionale. Ci sono delle similitudini tra le due organizzazioni?
«No, assolutamente. Il nostro non era nulla in confronto a quello internazionale. E lo dimostra il fatto che con le leggi siamo riusciti a debellarlo mentre quello che viviamo oggi è innegoziabile perché portato avanti da persone che non hanno alcun ideale. Vogliono inculcarci la loro cultura con la violenza ma sono convinto che non vinceranno mai».
Quando nasce l’esigenza di raccontarsi nei libri?
«In un momento particolare come questo ho pensato che tutti dovessero conoscere la storia di un eroe senza nome e senza volto. Una vita piena di rinunce, in un momento in cui i ragazzi pensano esclusivamente a divertirsi e non come noi che difficilmente potevamo andare ad un concerto o semplicemente al cinema. Inoltre, ho sentito di dover ringraziare l’arma dei carabinieri per la vita entusiasmante che ho fatto. Mi hanno fatto crescere e con me la mia famiglia. E poi, un ringraziamento particolare va ai Gis, gli ex i presenti, grazie a loro sono riuscito ad avere una vita perché è la squadra che vince e senza la squadra non avrei fatto nulla. I giovani hanno bisogno di insegnamenti, di esempi positivi. Il mio messaggio è che non esistono obiettivi irraggiungibili e lo dico io che arrivo da un piccolo paese del sud, da un’infanzia difficile, dove per me sarebbe stato più facile passare dall’altra parte. Grazie a mio nonno e ai miei genitori, però, ho fatto la scelta giusta».
Nel suo ultimo libro, Io vivo nell’ombra, ha dichiarato che c’è un limite sottile tra la paura e il coraggio. Come si passa, anche nella vita di tutti i giorni, dall’uno all’altro?
«La paura la vinciamo con l’esempio dei nostri eroi. E noi abbiamo Falcone come esempio, che diceva sempre di non farsi sopraffare dalla paura. Il coraggio viene dal cuore perché ognuno di noi sa ed ha sempre saputo che pur di salvaguardare l’incolumità del collega, ognuno dà il meglio di sé. E’ la fiducia che c’è alla base. Pochi secondi prima di intervenire, ci guardiamo negli occhi attraverso il mephisto, ci diamo una forte stretta al bicipite per far sentire all’altro la nostra presenza e la nostra forza».
In un’intervista ha dichiarato che suo nonno le ha insegnato la libertà di muoversi. Cos’è?
«La libertà di movimento non ha valore. Io ho arrestato tanti mafiosi, camorristi, che avevano accumulato soldi e ricchezze ma vivevano nelle buche, senza la libertà di potersi muovere. L’insegnamento, e l’ho capito con il tempo, è stato questo: se rispetti se leggi e vivi nella legalità, non hai paura di muoverti e ti senti libero di andare dove vuoi senza paura».
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