Sicurezza
memorie di castagneto
I conti della Gherardesca partigiani nella brigata Garibaldi
La storia di Guelfo e di Ugolino raccontata da Gaddo: travestiti da contadini e ospitati dalle famiglie della zona
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CASTAGNETO . «Allora, dopo l’8 settembre del ’43 suo padre decise di darsi alla macchia e di non aderire al neofascismo di Salò?» La domanda dello storico Dell’Agnello non giunge imprevista a Gaddo della Gherardesca che in una recente mattina ha deciso di incontrare lo storico proprio sulla vicenda del padre Guelfo della Gherardesca in quel momento così cruciale per tanti italiani. Che si fa? La monarchia in fuga, Mussolini in mano ai nazisti, i più fanatici che rimettono in piedi un regime ormai sconfitto dalla guerra. «Mio padre – dice Gaddo – non ebbe dubbi. Insieme al fratello Ugolino decisero che proprio non era il caso di consegnarsi al fantasma redivivo del regime. Avvisati che li si stava per arrestare, si armarono e si dettero alla macchia». Il figlio racconta la scelta del padre come se ancora vivesse lui quel momento con una partecipazione viva. «Guelfo, mio padre, si arma, si veste da contadino col fratello e ambedue fingendo di avviarsi a caccia, discutendo tra loro, eludono la sorveglianza dei militi e si inoltrano nella campagna». Un’avventura descritta con particolari precisi. Il padre avrà più volte raccontato ai figli i dettagli di quel giorno in cui fu presa una decisione cosi definitiva. E poi? Poi non erano chiari gli sviluppi nella mente dei due in fuga. La decisione non era stata programmata, ma appare il frutto di una scelta immediata, sul momento. Una volta in fuga Guelfo ed Ugolino trovarono nella gente di campagna, nelle famiglie contadine della zona, il rifugio, il sostentamento, l’aiuto necessario per evitare le ricerche su di loro ed avviarsi verso chi stava organizzando la resistenza nella zona. «Si deve considerare – rammenta Gaddo – che chi aiutava quanti si davano alla macchia rischiava la condanna e la vita. Eppure le famiglie dei contadini non esitarono a protegger mio padre e mio zio. Da subito. Fin dal primo giorno. Dalla prima notte». E racconta così allo storico i dettagli di quella prima notte, la famiglia che li accolse e come li destinò ad un secondo passaggio il giorno dopo, depistando così ogni tentativo di rintracciarli da parte dei militi repubblichini. E così i due finirono per ritrovarsi arruolarti in una brigata partigiana garibaldina, una di quelle che dalla Val di Cornia si erano diffuse fino alla zona di Campiglia, di Suvereto. Sulla materia di quella guerra tornano decisive le pagine dello storico piombinese Ivan Tognarini. E Gaddo della Gherardesca precisa l’apporto del padre e dello zio senza retorica, senza alludere ad eroismi paterni. «Mio padre non menava particolar vanto della sua partecipazione a quella lotta», afferma il figlio. Piuttosto dopo la sua testimonianza Gaddo vuole dimostrare come quella risolutezza nel prendere decisioni non facili fosse nel Dna della famiglia e si rifà alla recente mostra fotografica allestita nella sala Teresa del castello. Un’esposizione che ripercorre almeno 200 anni di storia dei rami più importanti dei Gherardesca. Dall’Ottocento fino alle immagini dei più recenti esiti del secolo scorso.
Carlo Rotelli
Carlo Rotelli
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