Il Tirreno

Due ossa in riva al mare e una storia dimenticata

di Manolo Morandini
Due ossa in riva al mare e una storia dimenticata

Due bambini scavano e fanno affiorare i reperti nella piazzetta del Marinaio Sul posto la Capitaneria di porto e il direttore del museo archeologico di Cecina

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CECINA. Quando li hanno trovati è scattato l’allarme. Due ossa. Affiorano nel terreno ai piedi della statua del Marinaio. Ci hanno pensato la forza del mare gonfio di ponente dei giorni scorsi e l’avventura di due bambini. Scavano e spuntano i fili di una storia. Qui Marina di Cecina. I macabri reperti sono notati dalla loro mamma che si premura di segnalarlo alla Capitaneria di porto, a pochi passi c’è l’ufficio locale.

Si tratta di ossa sepolte da secoli. Ma si può già dire con certezza che i resti non appartengono a una persona? Il direttore del museo archeologico di Cecina Stefano Genovesi non ha dubbi: «Per come si presentano, l’aspetto spugnoso, si tratta di ossa di origine animale». A fare un sopralluogo è anche il comandante della Capitaneria di porto di Cecina Domenico Guarino che esclude quei reperti possano avere una rilevanza investigativa.

L’archeologo Genovesi si pronuncia dopo l’esame sul posto, con al seguito mezza giunta comunale. Ci sono il sindaco Samuele Lippi, gli assessori Giovanni Salvini e Antonio Costantino. Osserva e propone una lettura che va oltre quei frammenti di osso che affiorano dalla terra. «In passato si riciclava tutto – dice Genovesi –. E nella malta si mischiava quel che capitava, dai cocci di tegole e mattoni a quel che veniva accumulato tra i rifiuti, tra cui finivano le ossa di animali. Qui ci sono anche tracce del passato di Cecina, scorie di fusione del ferro e scaglie di minerale».

È come ritrovarsi tra le mani il filo di una trama che si è persa nello spazio. Tra le case, gli stabilimenti balneari e i nastri d’asfalto. La memoria corta e il costruito finiscono per cancellare la storia più recente. Di una Cecina annerita dai fumi delle ferriere. Eppure bastano quegli scarti nel terrapieno a ridosso del contrafforte di Villa Ginori per fare un viaggio a ritroso nel tempo. Vengono fatti risalire al massimo a un paio di secoli fa. Del resto, solo sul finire dell’Ottocento la Magona del ferro chiude, soppiantata dal più innovativo impianto diPiombino. L’industria cecinese si orienterà verso nuove attività fino a spegnersi del tutto sul finire del Novecento.

«Nella zona di Villa Ginori c’era il pontile di carico dove arrivava il minerale dell’Isola d’Elba – sottolinea Genovesi –. La mareggiata e l’opera di quei bambini ha messo in luce questa pagina di storia». Almeno cinquecento anni di cui sul territorio non si ha testimonianza. È tutto nelle carte e sui libri. «C’è un lavoro di recupero dell’identità locale da fare – dice il sindaco Lippi –. Ci sono l’economia del ferro e quella della lavorazione dell’argilla, che si è spinta sino a giorni nostri. Tra i progetti in cantiere c’è quello di trovare il modo di finanziare una campagna di scavo che aiuti a valorizzare la storia di questo territorio». Un’impresa non da poco, a partire dal ruolo del parco e del museo archeologici.

Lo studioso di storia locale Ilio Nencini fa un passo indietro. «Il primo pontile era più o meno in corrispondenza di via del Ferraccio. Poi con l’arrivo di Pietro Leopoldo venne tutto spostato a ridosso di Villa Ginori, dove si trovavano gli uffici, la dogana e il corpo di guardia». Le ferriere si trovavano in una fascia di terreno che dalla battigia, con i riferimenti di oggi sta tra l’acquavillage, il fiume Cecina e la lottizzazione Magona. C’è una zona dove oggi c’è il cimitero comunale che conserva il toponimo, località La Latta, dove si lavoravano i metalli grezzi prodotti dal forno. «Quando nel 1560 gli ingegneri a servizio dei Medici decisero di costruire il forno fusorio alla Magona lo fecero basandosi sul fatto che lì operava un mulino con due ruote – dice Nencini –. Insomma, se la portata dell’acqua che scendeva dalla Steccaia faceva muovere le ruote non avrebbe avuto difficoltà a far funzionare i mantici del forno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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