Il Tirreno

Il ritorno di don Reno  «Mi rimetto in gioco ma senza sigle e partiti 

di Andrea Rocchi
Il ritorno di don Reno  «Mi rimetto in gioco ma senza sigle e partiti 

Lunedì l’assemblea, il sacerdote rilancia su ospedale e cure «L’emodinamica a Piombino? Speriamo non ci sia traffico» 

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CECINA. Si rimette in gioco, ma con prudenza e a precise condizioni. Niente sigle, etichette, bandiere politiche. E niente protagonismi. Di mezzo c’è l’ospedale, il territorio, la salute della gente. Primo appuntamento ufficiale, lunedì al salone parrocchiale.
Don Reno, allora si riparte? Verso un’altra manifestazione popolare in piazza?
«Piano, piano. Credo che riorganizzare una cosa del genere sarà difficile. Un passo alla volta».
Diciassettemila firme e 5.000 cecinesi davanti al duomo…
«Si, oggi però ho 94 anni, non ho più la forza per gettare l’asticella oltre l’ostacolo».
Però la tirano per la giacchetta, pardon, per la tonaca un po’ tutti…
«Si, è vero. Ma io ho detto che sono disponibile a dare una mano ma non mi prendo l’onere di essere l’unico responsabile di un’iniziativa in difesa della nostra sanità. Lunedì ci troveremo nel salone parrocchiale che don Marco ci ha gentilmente messo a disposizione per discutere. Non è un incontro aperto a tutti ma a coloro che vogliono dare effettivamente una mano».
Nessuna limitazione, dunque?
«No, la condizioni è che siano messe da parte tutte le bandiere politiche, di qualunque parte. Sennò do una pedata e chiudo l’uscio».
Un movimento di soli cittadini, senza etichette?
«L’unica bandiera che sarà ammessa è quella della Repubblica Italiana. Il verde della speranza, il bianco della trasparenza, il rosso del sacrificio».
Questo modello dell’ospedale unico proprio non gli piace?
«Mi sembra impossibile che i sindaci non riescano a rendersi conto che così non funziona. Il decreto Balduzzi dice cose precise. Certo, sarebbe stato meglio che non fosse stato fatto a tavolino, ma che chi lo scriveva conoscesse le storie dei territori, degli ospedali. Fosse vicino alla gente che soffre, non si basasse solo sui numeri. Noi in Bassa Val di Cecina siamo sopra gli 80.000 abitanti, abbiamo tutto il diritto di avere un ospedale con 12 reparti».
L’unificazione con Villamarina (Piombino) era stata pensata proprio per rientrare nei parametri di legge, però?
«Mi pare tuttavia che quando si vuole si deroga a certi numeri. L’avete scritto anche voi sulla stampa. Si parla già di una deroga per la maternità di Piombino, no? Reparto che fa 200 parti l’anno. Per Cecina non sono ammesse deroghe? E per gli infarti?
Dica
«La legge Balduzzi è ormai stracciata dai fatti, almeno da quanto è accaduto recentemente sul nostro suolo. Un signore improvvisamente cade a terra senza più respiro ma la presenza casuale di due coniugi, ambedue cardiologi, lo salva grazie al massaggio cardiaco. Qui sorge una domanda precisa: il decreto Balduzzi circa la composizione degli ospedali fatta su misure diverse di tipo numerico e non di attenzione umana, è davvero esempio di intelligenza amministrativa?»
Fra Cecina e Piombino ci sono 396 infarti l’anno e non c’è una sala di emodinamica. L’assessore Saccardi ha promesso che si farà, ma ragionevolmente a Piombino...
«Così lascerebbero sguarnita Cecina mentre tra Livorno, Pisa e Firenze ci sono 12 emodinamiche. Noi siamo a 50 km da Piombino con un tempo di corsa di quasi un’ora e col traffico estivo ancora di più. Bisogna pregare il Signore che ci riservi al periodo vuoto dell’inverno perché anche a Livorno non si arriverebbe in tempo utile. Senza un buon ospedale ci sarà anche un danno economico: ci sono 2 milioni di presenze turistiche l’anno. Chi avrà bisogno di cure e non troverà risposte non verrà più. Ne ho già sentiti alcuni di turisti che mi hanno parlato così»
Allora, don Reno, lunedì l’incontro?
«Si, ma senza colori. Mi raccomando».

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