Attenzione
Vignali “El Turines” scultore di cimiteri presto dimenticato
di FABRIZIO PARRINI
Porta la sua firma la statua in piazza Guerrazzi della Maremma assetata, simbolo di Cecina
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Lo scrittore Fabrizio Parrini racconta una storia inedita sulla nascita del monumento simbolo di Cecina: la Maremma assetata di piazza Guerrazzi.
di FABRIZIO PARRINI
Lo chiamavano El Turines, Ermindo Vignali, scultore di cimiteri. Sapeva l’arte sua e costava poco, 15000 lire e un deposito in Magona, osservato dalle guardie come un malfattore. Dicevano fosse strafottente perché non volle mai cambiare la posa della mano della Cecina. A quel tempo ridevano di lui per i suoi capelli di Medusa, della sua barba arruffata in una maremma che lo faceva tossire e lo teneva prigioniero mentre lui cercava il sindaco ogni giorno perché da Rapolano non arriva il basamento. Lui scriveva che Cecina lo faceva uscir di senno e che da ogni parte lo guardano come uno spiritato, un forestiero malvisto. Al sindaco dice che ci vorranno alla fine i fuochi d’artificio e tamburi per elevare la statua d’Ercole che scava i fianchi del travertino. Pensa che ci sia sempre troppa luce per le sue figure e che nella piazza l’estate se le mangerà.
La statua va lentamente perché gli sbozzatori del travertino sono quasi tutti morti nella Grande Guerra. C’è stata una carneficina, i migliori capomastri dei dintorni di Carrara sono tutti morti. Del resto anche lui era stato tre anni sugli altipiani ad intagliare i sostegni dei camminamenti. Anche lui non era più quello di una volta. Tutti i reduci allora erano più vaghi, svogliati, come presi da un male. Ma era tornato a Cecina comunque a mantenere la parola data, quindi il povero e strafottente scalpellino si rimette al lavoro, ma prima vuol liberare un angelo dal marmo per ringraziare il pericolo scampato.
Lo prende sulle spalle e lo porta alla collina di Superga, poi torna in Maremma e la statua gli cresce tra le mani lentamente per la gioia di Cecina che era riuscita a vincere la sete. Lo raccontano solitario e caparbio, uno che scolpiva anche sotto la grandine, un cavallo che non si faceva domare, ma per l’arte un lavoratore senza posa. A volte si scoraggiava tanto da credere d’essere buono solamente per le cere ortopediche, per fare cinti d’ernia o ginocchi per i mutilati. Eppure i cecinesi non amavano quell’opera, volevano fatti, aspettavano solo l’acquedotto, gli davano dell’intruso, lo prendevano a sassate. Poi, per rabbonirlo, gli regalavano il tabacco, pipe fatte nella radica. Il sindaco gli dava il tormento, voleva che finisse, tanto che in una lettera alla madre l’artista diceva di aver paura di essere impiccato alla ciminiera di Magona. Lavorava tanto ma concludeva poco, si arrovellava per fare un dito, ci metteva giorni per preparare i ferramenta, per non parlare delle capigliature. Rimpiangeva di essersi occupato di lapidi e di soglie come facevano i bravi scalpellini.
Era alloggiato sopra una locanda vicino al ponte e solo un cane gli faceva compagnia, uno spinone irsuto che lo aspettava sulla strada e lo scortava fino al cantiere. A tutti diceva che quella vasca sarebbe stata la sua bara. In una lettera al suo capomastro che l’aveva cresciuto all’arte scriveva di voler stupire gli increduli e di voler fare il collo della statua principale come il dorso di un cigno, come un solino inamidato. Sapeva di non essere maestro ma lavorò con umiltà e passione. Si sentiva più cavatore, artigiano onesto, faticatore lunatico, ma conosceva perfettamente il suo mestiere. Alla fine così come era venuto, in silenzio, tanto che tutti scambiarono la sua riservatezza per strafottenza, se ne tornò a Torino, povero come prima e con poca soddisfazione dei cecinesi, che El Turines dimenticarono alla svelta.
di FABRIZIO PARRINI
Lo chiamavano El Turines, Ermindo Vignali, scultore di cimiteri. Sapeva l’arte sua e costava poco, 15000 lire e un deposito in Magona, osservato dalle guardie come un malfattore. Dicevano fosse strafottente perché non volle mai cambiare la posa della mano della Cecina. A quel tempo ridevano di lui per i suoi capelli di Medusa, della sua barba arruffata in una maremma che lo faceva tossire e lo teneva prigioniero mentre lui cercava il sindaco ogni giorno perché da Rapolano non arriva il basamento. Lui scriveva che Cecina lo faceva uscir di senno e che da ogni parte lo guardano come uno spiritato, un forestiero malvisto. Al sindaco dice che ci vorranno alla fine i fuochi d’artificio e tamburi per elevare la statua d’Ercole che scava i fianchi del travertino. Pensa che ci sia sempre troppa luce per le sue figure e che nella piazza l’estate se le mangerà.
La statua va lentamente perché gli sbozzatori del travertino sono quasi tutti morti nella Grande Guerra. C’è stata una carneficina, i migliori capomastri dei dintorni di Carrara sono tutti morti. Del resto anche lui era stato tre anni sugli altipiani ad intagliare i sostegni dei camminamenti. Anche lui non era più quello di una volta. Tutti i reduci allora erano più vaghi, svogliati, come presi da un male. Ma era tornato a Cecina comunque a mantenere la parola data, quindi il povero e strafottente scalpellino si rimette al lavoro, ma prima vuol liberare un angelo dal marmo per ringraziare il pericolo scampato.
Lo prende sulle spalle e lo porta alla collina di Superga, poi torna in Maremma e la statua gli cresce tra le mani lentamente per la gioia di Cecina che era riuscita a vincere la sete. Lo raccontano solitario e caparbio, uno che scolpiva anche sotto la grandine, un cavallo che non si faceva domare, ma per l’arte un lavoratore senza posa. A volte si scoraggiava tanto da credere d’essere buono solamente per le cere ortopediche, per fare cinti d’ernia o ginocchi per i mutilati. Eppure i cecinesi non amavano quell’opera, volevano fatti, aspettavano solo l’acquedotto, gli davano dell’intruso, lo prendevano a sassate. Poi, per rabbonirlo, gli regalavano il tabacco, pipe fatte nella radica. Il sindaco gli dava il tormento, voleva che finisse, tanto che in una lettera alla madre l’artista diceva di aver paura di essere impiccato alla ciminiera di Magona. Lavorava tanto ma concludeva poco, si arrovellava per fare un dito, ci metteva giorni per preparare i ferramenta, per non parlare delle capigliature. Rimpiangeva di essersi occupato di lapidi e di soglie come facevano i bravi scalpellini.
Era alloggiato sopra una locanda vicino al ponte e solo un cane gli faceva compagnia, uno spinone irsuto che lo aspettava sulla strada e lo scortava fino al cantiere. A tutti diceva che quella vasca sarebbe stata la sua bara. In una lettera al suo capomastro che l’aveva cresciuto all’arte scriveva di voler stupire gli increduli e di voler fare il collo della statua principale come il dorso di un cigno, come un solino inamidato. Sapeva di non essere maestro ma lavorò con umiltà e passione. Si sentiva più cavatore, artigiano onesto, faticatore lunatico, ma conosceva perfettamente il suo mestiere. Alla fine così come era venuto, in silenzio, tanto che tutti scambiarono la sua riservatezza per strafottenza, se ne tornò a Torino, povero come prima e con poca soddisfazione dei cecinesi, che El Turines dimenticarono alla svelta.
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