Il Tirreno

Notti costa etrusca / 4

Là dove nasce la vita, si decide in 7 minuti

Maria Meini
La stanza del travaglio con l'epidurale (foto di Michele Falorni/Silvi)
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La stanza del travaglio con l'epidurale (foto di Michele Falorni/Silvi)

Con medici, ostetriche e infermieri in ostetricia «Il nostro lavoro: dalla routine all’emergenza»

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Sette minuti: il tempo per far nascere un bambino in emergenza. Scariche violente di adrenalina, come ti sparassi i Deep Purple in vena (sweet child in time). Sette minuti che valgono una vita, il fiato sospeso che si scioglie al primo vagito. «Può passare un minuto - dice il dottor Andrea Antonelli, primario dell'ostetricia cecinese - perché il neonato pianga, un minuto che sembrano quattro ore, ti tremano le gambe e le mani». Un minuto è il tempo di adattamento alla vita esterna, da quando il bimbo esce dalla pancia della mamma fino al momento in cui viene appoggiato al suo seno. E ostetriche, infermiere, medici tirano il fiato.

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Lavorare in ospedale è un turno continuo di emozioni. Dal pianto al riso. Dalla felicità al dramma. In ostetricia, là dove nasce la vita, il lavoro è una giostra. Sembra il grafico dei tracciati preparto. Linea retta. Alto basso. Impennata.

Timbri il cartellino e non sai cosa ti aspetta. Le notti, nel reparto tappezzato di foto di bambini attaccati al seno, mamme e neonati colorati ritratti tra i tulipani di Anna Geddes, possono essere una lunga attesa, pacata e ininterrotta fino al mattino sonnolento, risvegliato dall'odore del caffè che bolle nella vecchia moca gialla, tranciata solo dal pianto nelle culle, o dai lamenti delle gestanti in travaglio che, attaccate alle ringhiere, ripetono respiri e provano spinte. Ma la notte può essere anche quel momento che non vorresti mai vivere. Quel campanello rosso che squilla e chiama l'adunata in sala operatoria. Sette minuti, sette. Squilla l'88. «È un numero d'emergenza - dice la caposala Lia Burgalassi, 30 anni da ostetrica - e suona solo se c'è un incendio in ospedale o un codice rosso in sala parto». Tutto è predisposto, ci sono state tre simulazioni quest’anno, il personale è formato: si allertano i reperibili, il medico e l'ostetrica corrono in sala operatoria, si accendono le luci, arriva l'anestesista, la donna viene portata in barella e preparata velocemente all'intervento. «L'adrenalina è a palla, ti tremano le gambe finché non senti il bimbo piangere. L'attesa del pianto del neonato è un'emozione fortissima», dice il dottor Giacomo Di Meglio. Che rivela una piccola scaramanzia: mai punti di sutura (sul cesareo) in numero pari. E mai 17…

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Il turno di notte nel reparto di ostetricia e ginecologia è coperto da una ostetrica e due infermiere, o viceversa, e dal ginecologo di turno. Il personale è coordinato con la pediatria e il nido, dove sono in servizio altri due infermieri e un medico reperibile. Ma la sala operatoria deve essere sempre attivabile, in quei 7 minuti.

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Il medico attacca alle 20,30 e resta in turno 12 ore, il resto del personale alle 21. Entriamo in punta di piedi. In turno ci sono il dottor Daniele De Lorenzo, le ostetriche Titti Danania e Cristina Savelli, le infermiere Loriana Giustarini, tra le decane del reparto, Sandra Periccioli della pediatria e Anna Giannotti del nido.

«I ricordi della notte sono spesso drammatici»: De Lorenzo rammenta un cesareo in emergenza per distacco di placenta. «Per fortuna tutto andò bene, unico inconveniente: si ruppe il lettino...» Ma sono anche immagini di sollievo. «Quando il bimbo nasce, la tensione si allenta - dice il ginecologo - e si festeggia con il neo papà. I buchi nel soffitto della cucina sono i tappi dello spumante». E sono tanti.

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Alle 21,15 nel reparto è già notte, sulla porta di una camera è appeso un fiocco celeste con una paperella di legno, che annuncia la nascita di Diego. Le altre camere sono silenziose: c'è una madre che allatta una bimba, nella stanza accanto una donna dorme con le mani che le accarezzano il pancione. Manca poco. Dal nido arriva il pianto acuto di un bambino, mentre due ragazzini ricoverati in pediatra fanno le corse in carrozzella.

Nella stanza del “travaglino” (dove viene praticata l’epidurale) il personale si alterna con l’anestesista. È in turno Stefano Ferrazzi: indossa una t-shirt verde sotto al camice con una scritta che sdrammatizza, “Anestesisti, una vita sotto i riflettori”.

Infermiere e ostetrica si cambiano, indossano il camice e i sandali bianchi. Una chiacchiera al bancone, uno scambio di informazioni. E comincia il giro. «In ostetricia - dice Antonelli - non c'è differenza tra giorno e notte, a parte i cesarei programmati che chiaramente si fanno di giorno, perché tutto deve funzionare come in un piccolo pronto soccorso. Il nostro in routine è un lavoro di attesa, ma dobbiamo essere pronti a tutto. Il vanto a Cecina è essere riusciti a programmare e mettere in atto i parti d'emergenza in 7 minuti, cosa che non succede spesso nemmeno nei grandi ospedali. 8 minuti è il tempo dato per avere un risultato ottimale».

La metà delle donne, dicono le statistiche, partorisce di notte. Quando tutto va per il verso, la notte è il momento ideale per il parto spontaneo. «C'è più silenzio, non si sentono rumori esterni, la donna può vivere il travaglio ed entrare in sala parto con più calma, producendo più endorfine», spiega Burgalassi. Le endorfine sono quelle sostanze che l’organismo produce per attenuare il dolore, le chiamano gli ormoni della felicità.

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Ma di notte in reparto si materializzano anche altre presenze: c'è la donna di 40 settimane che arriva impaurita perché ha rotto il sacco, c'è la primipara che non sente il battito e chiede ansiosa un'ecografia. «A Cecina l'accesso è diretto - dice Antonelli -: dalla 36ª settimana le donne possono entrare senza passare dal pronto soccorso».

Prima delle 21,30 comincia il giro di routine. Dice Burgalassi: «Si passa dalle pazienti, si imposta la terapia, si posizionano le culline per i cesarei, si controllano le puerpere, si fanno i tracciati».

Le infermiere sistemano i carrelli, ripristinano i farmaci che mancano. In sottofondo il pianto di un bambino. Poi un altro, e un altro ancora. Di colpo il silenzio, e di nuovo il pianto. Quando i bimbi stanno bene è musica, il pianto. Una nenia dolce. Se il bambino piange troppo, per far riposare la mamma - a Cecina c'è il rooming in: i neonati stanno in camera - un'infermiera lo porta con sé, cerca di addormentarlo. Ma l'emergenza è sempre in agguato. Una rottura dell'utero, un sanguinamento, un distacco della placenta, ogni situazione che metta in pericolo la vita della mamma o del bimbo fa scattare il campanello rosso. E non ci sono solo i parti: ci sono gli interventi ginecologici urgenti, c'è il percorso rosa per le vittime di violenza. «Ti chiamano dal pronto soccorso, e si attiva un percorso completamente anonimo, nel rispetto della donna, che viene sistemata in una stanza dedicata, separata dal reparto». Non succede spesso, ma succede. E quasi sempre di notte.

Come un parto drammatico in pronto soccorso. In reparto non possono dimenticarlo. Rottura dell'utero alla 36ª settimana. «Arrivò una signora in ambulanza - ricorda Antonelli - ci chiamarono d'urgenza al pronto soccorso, il bimbo era già morto. La donna era stesa sul letto, morta, la stavano ventilando gli anestesisti. Praticai lì il cesareo, e bloccata l'emorragia la donna si riprese».

Storie di vita, sofferenza: come le ragazze profughe che vengono a partorire col mediatore linguistico. Non hanno mai avuto una visita durante la gravidanza, partoriscono come cent'anni fa. Giovanissime, sono quasi tutte nigeriane e spesso hanno subito violenza nel viaggio che le ha portate in Italia. Storie di vita, felicità: donne che partoriscono insieme al compagno che le tiene per mano. I parenti che lo messaggiano insistenti sul telefonino. L’ostetrica che lo fulmina con gli occhi: spegni!... Spunta la testa, eccolo, sta uscendo!

La notte prosegue. Se è tranquilla, dopo il giro in reparto, il personale fa una sosta in cucina, dove una vecchia moca bolle e sprigiona il profumo del caffè.

Alle 6 è il momento critico: la stanchezza si fa sentire, il pianto dei bambini si acqueta. È l’ora delle confidenze. Ti ricordi quando il babbo dei due gemellini ha stappato lo spumante alle 4 del mattino per festeggiare? Sul soffitto si contano i buchi dei tappi. E i biglietti di ringraziamento, quelli li ho conservati tutti. E la schiaccia calda del papà fornaio. La notte è finita, apre il bar dell'ospedale con le brioche calde. Inizia un nuovo turno.

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di Redazione web