Il Tirreno

Una notte con i volontari della Pubblica assistenza: quegli attimi in cui si decide un destino - Foto

di Anna Cecchini
I volontari all'interno dell'ambulanza della Pubblica Assistenza (Foto Michele Falorni)
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I volontari all'interno dell'ambulanza della Pubblica Assistenza (Foto Michele Falorni)

Viaggio coi volontari della Pubblica Assistenza di Cecina. I soccorritori: «L’emozione di salvare una vita»

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CECINA. È un silenzio velocissimo. E assoluto. Perché in quei minuti, a volte manciate di secondi, chi prende la telefonata della centrale del 118 deve capire quanti più dettagli possibili sull’emergenza da affrontare. Può essere un bimbo che nella sua culla comincia a respirare male, un uomo di mezza età con un forte dolore al petto o un'anziana caduta mentre cammina a tentoni nel buio del corridoio di casa per raggiungere il bagno. Oppure una ragazza che con lo scooter si è fatta fregare dalle ombre della notte e non ha visto in tempo l'auto che entrava in strada. E dopo lo schianto è finita a terra, sanguinante.

La squadra è nella sala ricreazione, e l'obiettivo di tutti, tra un caffè e una spaghettata, è quello di restare svegli per "vigilare" sul resto del mondo, quello che di notte dorme. Un medico, un autista e due soccorritori, sono gli angeli della notte: quattro persone che ad ogni chiamata si trasformano in una macchina perfetta, pronta a sfrecciare nel buio per aiutare chi soffre. Sono i dipendenti e volontari delle associazioni che gestiscono le emergenze sanitarie. La loro è un'attività impegnativa, sempre. Ma il turno di notte è quello più intenso, perché quando non c'è luce e le strade sono deserte anche la percezione della sofferenza diventa più forte. Come se in quei momenti esistesse soltanto questo angolo di dolore, fatto di malati e soccorritori, in cui ci sono due imperativi morali: fare di tutto per stabilizzare il paziente e arrivare velocemente in pronto soccorso.

«Quando squilla il telefono - racconta Giacomo Locci, che ha 27 anni e da cinque è volontario alla Pubblica Assistenza di Cecina - restiamo immobili, perché a chi prende la telefonata dal 118 serve il silenzio. Deve capire in pochissimo tempo i dettagli dell'emergenza». La sala ricreazione diventa un grumo di emozioni e adrenalina. E di paura. «Sembra un controsenso - dice Sara Marmugi, che di anni ne ha 32 ed è dipendente della Pubblica Assistenza di Rosignano -, noi passiamo tutta la notte ad aspettare che squilli il telefono ma allo stesso tempo speriamo che non squilli mai. E il primo timore, quando il compagno di squadra alza la cornetta, è che il malato da soccorrere sia un parente, un amico».

Finito il silenzio incandescente che accompagna la telefonata dalla centrale, comincia il rumore. Perché la squadra entra in azione. L'ambulanza è stata preparata prima, il defibrillatore c'è, i farmaci sono al loro posto. Basta saltare a bordo, e correre. Correre con le dita incrociate e il respiro corto. Accompagnati dal fischio acuto e ripetitivo della sirena, che per i soccorritori è un po' come un mantra. Quel rumore assordante è il loro inno di battaglia. «Quando sali in ambulanza - dice Giacomo - devi azzerare i tuoi pensieri. Devi lasciarli fuori, restare concentrato. Guardi i compagni ed è in quei momenti che si creano amicizie vere, perché lavorare insieme sulla sofferenza è un'esperienza che non si può spiegare con le parole».

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L'adrenalina sale ancora quando la squadra raggiunge il paziente. Se è un caso non troppo grave, medico e soccorritori lavorano senza pressione. Ma quando sulla barella c'è qualcuno in pericolo di vita cambia tutto, non sono ammessi errori, e neppure perdite di tempo. Il medico dà ordini precisi, che vanno rispettati alla lettera. Poi la corsa verso l'ospedale: gli occhi restano sbarrati sul malato, per capire le sue necessità e forse anche per infondergli, con il solo potere dello sguardo, quel coraggio che i soccorritori hanno nel sangue.

È una vita all'ultimo respiro, quella di chi passa la notte sulle ambulanze. C'è chi come Sara ha cominciato a 14 anni «perché avevo bisogno di sentirmi utile anche se all'inizio avevo addirittura paura del sangue», e chi lo fa dopo esperienze personali traumatiche. «Ognuno ha il suo motivo - dice Giacomo -, ma non è importante. Quello che conta è che abbiamo un obiettivo comune». Aiutare gli altri, prendersi cura, anche di notte, di chi va al lavoro o in discoteca come di chi dorme o guarda la tv sul divano di casa propria. Perché a chi opera nelle associazioni, Pubblica Assistenza, Misericordia e Croce Rossa, non importa chi sei e cosa stai facendo, ma solo di cosa hai bisogno.

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«Ricordo un caso - spiega Sara - di un uomo che aveva chiamato il 118 per un dolore toracico. Dentro l'ambulanza è peggiorato, l'ettrocardiogramma era brutto e i medici dell’Utic di Livorno ci hanno detto di portarlo là. Eravamo sul Romito, e all'altezza del castello del Boccale è andato in arresto. Lo abbiamo defibrillato quattro volte ed è tornato in sé. In ospedale la famiglia ci chiedeva come era andato il viaggio, io ripetevo meccanicamente "È salvo, è salvo". Lui ha saputo soltanto dopo che gli avevamo salvato la vita. Così ha portato una bottiglia di champagne a ogni membro dell'equipaggio, con un bel biglietto di ringraziamento. Conservo ancora tutto».

L'adrenalina scende solo dopo aver raggiunto il pronto soccorso. «A quel punto ho un rito - confessa Sara -, che sia un caso grave o semplice io devo fumare una sigaretta. È il mio modo per scaricare la tensione». Poi una fermata d'obbligo al forno del Giaconi o, a Cecina, al bar Caffellatte, per un pezzo di pizza o un bombolone caldo. E il ritorno in sede, con le sirene spente. In attesa di un'altra chiamata. E di un nuovo silenzio, che insieme opprime ed esalta le emozioni.

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