Sicurezza
L’acqua della piena fece strage di animali
Ilda De Francesco si commuove ancora per il suo cane Lessie
CECINA. A volte sono gli episodi e la memoria scritta a scavare la differenza. Ilda De Francesco, classe 1949, aveva 16 anni quella maledetta mattina del 4 novembre 1966, quando la piena del fiume scrisse forse il capitolo più triste nella storia della nostra città, portando la distruzione e il dramma umano nelle case di decine di famiglie. Situazioni tremende che non si dimenticano. E che rivivono al momento in cui, dice la testimone di quel giorno, quando la televisione, la radio e le reti sociali raccontano altre tragedie in giro per l'Italia e il mondo. La signora Ilda, cinquant'anni orsono, risiedeva in via Adige, una traversa di viale della Repubblica. Strada principale per raggiungere Marina dal centro. Non c'era l'argine e nemmeno le villette a schiera costruite negli anni Ottanta. Attorno al podere della famiglia De Francesco, soltanto i campi e la quiete. Un altro mondo. Sconvolto dall'alluvione. «Era festa ed io - racconta - dormivo in camera con mia sorella, così come i miei nonni Nicola e Raffaella e i miei genitori Filippo e Antonietta. Ci svegliarono loro, l'ho scritto nel diario che conservo ancora». In un attimo, scendono al piano terra e vedono che il pavimento è già ricoperto da un filo d'acqua. Non riescono nemmeno a ragionare che, un'onda, entra con prepotenza e sposta tutti gli oggetti che trova. «La nostra paura inizia così - prosegue Ilda -, con mio padre che corre via, prende il camion e viene sotto le finestre perché la porta della cucina non si può aprire. Non so come facemmo, ma ci calammo insieme ed entrammo nella cabina, vestiti a fatica e spaventati a morte, senza capacità di reagire. Percorremmo la strada verso il sottopassaggio, ma l'acqua ci bloccò». Il babbo e il nonno si guardano senza dirsi niente. Non importa, i familiari capiscono che non sarà un giorno come gli altri e avvertono la paura di morire. «Per fortuna - afferma la signora - arrivarono in barca Ferdinando Fortezza e Pasquale Carillo, che ci portarono nell'abitazione dei Fortezza dove rimanemmo in attesa degli eventi. Intanto il mio fidanzato, Marco Sozzi, trovò i vigili del fuoco e raggiuse Marina con uno dei loro mezzi». Al podere, purtroppo, sono rimasti gli animali: muoiono i maiali e le galline, muore l'adorato cane Lessie. Le mucche si salvano e vengono vendute. «La sera riprese a piovere - conclude la signora - e noi, con i camion, ci spostammo nell'abitazione di Marco in via Carlo Ginori. Tornammo a casa nostra il giorno seguente, trovando la melma e gli oggetti distrutti. Senza considerare che eravamo privi della luce elettrica. Ricordo bene l'aiuto del Comune, che arrivò con i propri mezzi a portarci l'acqua potabile e le coperte per la notte. Gli siamo grati». Tra le mille storie, ne affiora una curiosa: Aldo Armanti "Aldone", uno dei residenti, salvò un asino riuscendo a fargli salire i 30 scalini che portavano al secondo piano dell'abitazione. «Quando in tivù vedo la natura che si scatena, mi viene da piangere». Sono le ultime parole che Ilda pronuncia. Ma che ha affidato al diario, custode della memoria e di quel novembre terribile.
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