Sicurezza
All’alba del 4 novembre 1966
Cinquant’anni dopo la grande piena, Cecina ricorda: i testimoni, le fotografie
MARIA MEINI. Erano le 7 del mattino. «Mia nonna disse: “Senti, arriva la piena”. Ci eravamo appena alzati, ma noi ragazzi non sentivamo niente. E non riuscivamo a capire». Nicoletta Porciani, dirigente dell’Archivio storico comunale, è “marinese”. Per lei, come per tanti di Marina quel 4 novembre del ’66 fa parte della tradizione familiare prima ancora della memoria collettiva: rivive nei racconti di casa, rinasce inaspettato nei ricordi di fotografie in bianco e nero, nelle paure sedimentate da bambini. Un po’ come il vecchio omonero che sarebbe uscito a prenderti se ti affacciavi al pozzo dell’orto. Sono passati cinquant’anni, ma la grande piena del Cecina è lì, incombe sui timori di anziani e giovani cresciuti controllando ad ogni temporale “quanto sale la Cecina”. Perché il fiume nella vecchia accezione popolare è femminile.
A futura memoria il livello del Cecina uscito dal suo letto silenzioso e implacabile resta segnato nella piazza della Chiesa, a Marina. 80 centimetri - è la media, ma in alcuni punti più bassi l’acqua superò il metro - disegnati sulla parete dell’attuale Ufficio turistico, ex casa del fascio. Straripa anche a Palazzi, non ha argini, allaga i campi della Cinquantina. Nel ’66 in piazza Sant’Andrea c’erano le vecchie casette basse dei pescatori, poi demolite. L’acqua arrivò “senza farsi sentire” all’alba del 4 novembre. Una data da listare a lutto sul calendario perché mezza Italia e Toscana furono inondate dai loro fiumi. Acque nere tracimate che portano via tutto, cose e speranze. Lasciando detriti e disperazione.A Cecina per fortuna non ci furono vittime, come ricorda il faldone del consiglio comunale riunito d’urgenza il 9 novembre. E lo ricorda nel suo appello ai cittadini il sindaco dell’epoca Osvaldo Giovannelli.
L’acqua limacciosa si ritira velocemente, ma restano i danni insieme alla paura. E tanti sfollati. 1200 persone che vengono prelevate da Marina coi mezzi anfibi del Comune e della Prefettura, che vengono alloggiate da parenti, in alberghi e strutture pubbliche. Mentre nelle case isolate dall’acqua passano dei “valorosi” in stivaloni da pescatore - si ricorda ancora nel documento del consiglio comunale - a portare latte e pane. E lo ricordano tanti marinesi. Quella frase “Arriva la piena” potrebbe essere il titolo del 4 novembre 66 di Marina. Perché quando l’acqua comincia ad arrivare dal fiume e a salire in via Ginori e sul viale della Repubblica verso Cecina - si fermerà allo zuccherificio, in via della Pinetina - dalle case escono le donne per andare ad avvertire i vicini. Non c’erano i cellulari, e neanche i telefoni. Lo ricorda Licia Bientinesi sul gruppo Facebook “Cecina come era”. «Noi abitavamo in via Torino e l'acqua arrivò fino al nostro cancello - racconta - ma in casa non entrò, avendo tre scalini prima di raggiungere l'abitazione. La mia amica Luana, che abitava in via Genova, venne a svegliarci prima delle sette del mattino e dette l'allarme a tutto il vicinato. In casa eravamo mamma ed io essendo il mio babbo partito per il salone di Torino insieme a mio fratello e mio cugino. La paura fu tanta, ma in poco tempo tutto tornò come prima».
Marcello Giorgi aveva 23 anni nel 1966. Commerciante, figlio di commercianti, è citato tra i giovani “da encomio” per l’aiuto prestato. «Abitavamo in vicolo degli Orti - racconta - il punto più basso di Marina. Mi ricordo quella mattina di averla passata in mezzo all’acqua che mi arrivava al petto, almeno un metro 30, forse più. La mia mamma era andata al forno a comprare il pane, quindi saranno state le 8: quando tornò a casa disse: “Arriva la piena”. Avevamo due auto e cercammo di metterle in salvo, una la portai in pineta, e andò bene; l’altra in garage in via Dandolo, era una Sprint Alfa Romeo, fu affogata dall’acqua». La famiglia Giorgi aveva due negozi: uno di abbigliamento in largo Cairoli e una profumeria in viale Galliano. «Col mio babbo cercammo di mettere in salvo le cose nei negozi, ma l’acqua continuava a salire, mentre fuori pioveva - dice ancora Giorgi -. Poi il mio babbo mi mandò dai miei nonni, in via Dandolo: stavano a piano terra e li trovai a sedere sul tavolino, così li presi e li portai al primo piano nell’appartamento di un vicino. Per tutto il giorno aiutai le persone del vicinato: chi aveva bisogno del pane, chi di mettere in salvo qualcosa. Passavano col camion a portare il pane. La notte andammo a dormire da uno zio a Cecina. Si andò sul ponte a vedere il fiume, che sembrava aumentare. Ma la mattina dopo smise di piovere e il fiume si ritirò. Restarono tanti danni, quanta roba coperta dal fango! Il risarcimento? Alla mia mamma non dettero niente, a me 92mila lire appena...»
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