Il Tirreno

Anpi vuol fare luce sul caso Danesin

di Andrea Rocchi
Anpi vuol fare luce sul caso Danesin

Processo ai partigiani del ’53 : dalla condanna all’amnistia Affidata ad un’esperta una ricerca sulla vicenda

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ROSIGNANO. Fare completa luce sul processo al distaccamento partigiano Sante Fantozzi, un procedimento giudiziario in Corte d’Assise contro il comandante Sante Danesin, il vice Paolo Pannocchia, il commissario politico Vasco Giaconi ed altri dodici partigiani accusati di reati infamanti, come l’omicidio e la rapina. Tutti condannati e poi amnistiati. Eppure un capitolo di storia ancora macchiata da molte ombre della guerra di Resistenza sul nostro territorio. Sul quale, peraltro, si è prodotto anche un documento cinematografico importante - il docufilm “Il caso Danesin” prodotto dal regista Massimo smuraglia, figlio dello stortico presidente dei partigiani italiani Carlo che era un giovane avvocato ai tempi del processo alla terza brigata partigiana.

E’ questo l’obiettivo - ricostruire nel dettaglio la verità dei fatti e chiarire anche gli episodi contestati al gruppo partigiano composta da diversi rosignanesi- che si pone oggi una ricerca dell’Anpi locale alla quale il Comune di Rosignano ha deciso di contribuire con un finanziamento di 2.000 euro. Per realizzare questa indagine storica l’Anpi si è rivolta ad una ricercatrice che già conosce il caso in questione ed è autrice di diverse pubblicazione su processi simili intentati nel Dopoguerra ai partigiani impegnati nella Resistenza, la professoressa Consani.

Sante Danesin era il comandante della III Brigata Partigiana che operava nelle zone di Rosignano e Castellina Marittima. Aveva scelto la clandestinità già nell’ottobre del 1943, poco dopo l’armistizio firmato da Badoglio con gli Anglo- Americani. Fino al luglio del 1944, quando gli alleati liberarono Rosignano, Sante Danesin ed i suoi uomini (il vice comandante del distaccamento partigiano “Sante Fantozzi” era Paolo Pannocchia, il commissario politico Vasco Giaconi) si erano impegnati in guerra contro l’occupante tedesco e contro i fascisti della Repubblica di Salò. Il 27 gennaio del 1944, due appartenenti alla Brigata, feriscono gravemente il maresciallo dei carabinieri Nannipieri, accusato di essere un persecutore di antifascisti e di renitenti alla leva, ed uccidono il carabiniere Vanore, in servizio a Riparbella. Per i fascisti è un atto di guerra. Ne farà le spese due giorni dopo Oberdan Chiesa, partigiano detenuto nel carcere di Pisa e fucilato al Lillatro, dove oggi c’è il ceppo che gli è stato edicato ed ogni anno viene svolta la cerimonia di ricordo. Nel dopoguerra un giudice istruttore, emette nei confronti di Sante Danesin, di Paolo Pannocchia, del commissario politico della formazione, Vasco Giaconi e di altri partigiani, vari mandati di cattura per 6 omicidi, alcuni tentati omicidi, rapina e tentata rapina. Al termine dell’istruttoria e dopo oltre 20 mesi di carcere preventivo (a Piu), tutti gli imputati vengono rinviati a giudizio di fronte alla Corte di Assise di Pisa. Siamo nel 1953. L’accusa era di aver compiuto, non atti di guerra “al fine di liberare la patria dall’occupante nazifascista”, ma una serie di delitti per motivi di vendetta ed interesse personale, quindi non coperti dall’amnistia. Quest’ultima arriverà anni dopo, rendendo di fatto superfluo il ricorso in Cassazione.

Una vicenda che suscitò molto scalpore e che mosse, in difesa degli imputati, brillanti personaggi della vita politica e forsense dell’epoca, come Lelio Basso ed un giovanissimo Carlo Smuraglia, appunto. Per lAnpi, ma non solo, fu un processo politico. Ed oggi una ricerca storica vuole ricostruire nel dettaglio una vicenda che fa ancora discutere. E divide,

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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