Il Tirreno

“Cannate” e strombola su quelle dune il nostro parco giochi

di ANDREA ROCCHI
“Cannate” e strombola su quelle dune il nostro parco giochi

Nel libro di Branchetti le memorie dei ragazzi del 1930 Le colline di sabbia simbolo del cuore del “paese novo”

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di ANDREA ROCCHI

Riportiamola, la rena, in piazza. Volerà via col primo maestrale? Vabbè. Allora proviamo a rinchiuderla in qualcosa di bello. Che ne so, magari un moderno contenitore di vetro. Una scultura alla memoria. Conciliante con l'area, non un cazzotto nell'occhio. Perché oltre al nome, questa piazza, conservi anche l'essenza di un tempo. La sabbia, la rena. Piazza del Monte alla Rena. Così come la ricordano i nostri padri, o i nostri nonni. Come traspare dai quadri del macchiaiolo Giuseppe Abbati nelle sue marine castiglioncellesi. Come la descrivono alcuni solvaini con un bel po' di primavere sulle spalle nel libro di Roberto Branchetti "Monte alla Rena: fra storia, arte e memoria", contributo di Comune e Pro Loco cittadina, presieduta da Giacomo Cantini.

Per esempio Giousuè Caravano, classe 1923, nel suo "viaggio a ritroso nel tempo". «La superficie sulla quale sorgeva - racconta Caravano - era di circa 4 ettari ed il suo massimo splendore lo dimostrava davanti nel viale Colombo, dritto come a sfidare quel mare che forse lo aveva creato. Dico forse perché noi non avevamo abbastanza istruzione per conoscere le cause geologiche, ci bastava notare come le grandi libecciate portavano a riva la sabbia dove il sole l'asciugava e il vento, che non trovava davanti a se nessuna barriera, la sollevava disperdendola in quella zona e così, granello su granello si formò una collina di sabbia».

Un monte che raggiungeva sicuramente i 30 metri di altezza. Caravano non avrà conoscenze geologiche, ma la memoria non lo inganna. Ed in suo aiuto - circa la formazione di quel monte - gli viene il geologo Mazzanti che nel suo volume del 1985 (La scienza della terra nuovo strumento per lettura e pianificazione del territorio di Rosignano Marittimo) racconta come la formazione del Monte alla Rena risalirebbe addirittura a 3500 anni fa quando, in seguito ad un abbassamento di 2 metri del livello marino, i fondali rimasero scoperti per alcune centinaia di metri ed i loro sedimenti sciolti, senza vegetazione, furono trasportati all'interno formando dune. «Tale processo di sedimentazione - si legge nel libro di Branchetti - verosimilmente continuerebbe ad avvenire se scomparissero tutte le opere costruite dall'uomo lungo il litorale in questione». Il Monte alla Rena oggi non esiste più. Utilizzato come giacimento di sabbia è stato spianato negli anni '40. Al posto della duna più alta, oggi, sorge il palazzo Silt da cui si domina l'omonimo lungomare, già Cristoforo Colombo. Il toponimo Monte alla Rena è menzionato negli Estimi del Comune di Rosignano dalla metà del sedicesimo secolo e - come ricordano Leo Gattini e Carlo Mancini - faceva parte del "pascolo di Castiglioncello". Nell'età moderna il tratto di costa dove si ergeva il Monte alla Rena era un luogo brullo, spopolato: l'unica presenza umana era costituita da "un piccolo drappello di guardie della Marina che trovavano riparo in una capanna alla sommità del rilievo". Così, per anni, sul Monte alla Rena ha vigilato una postazione, il corpo di guardia omonimo che dipendeva dalla torre di Castiglioncello, che monitorava ciò che accadeva sul mare antistante, come gli attacchi delle "galeotte" turche alle imbarcazioni locali. La casetta della Cavalleria dalla quale si muovevano lungo la via litoranea i "cavalleggeri" (dai quali, poi, prenderà il nome) è stata a lungo un prezioso presidio di guardia fino a quando non cominciò l'urbanizzazione dell'area circostante con i villini Berti-Mantellassi, Scaglietti e la colonica del podere Monte alla Rena, dove oggi si trovano la scuola Europa (dal 1968) e il museo di Storia Naturale. Nel 1935 la strada a mare che univa viale Trieste con la via XXVIII Ottobre (oggi via del Popolo) fu ultimata e si realizzò la passeggiata a mare. La costruzione della passeggiata di Monte alla Rena - scrive Branchetti - determinò di fatto l'isolamento della grande duna dal suo ambiente naturale, privandola del contatto col mare.

«Emozionato e cocciuto come un bambino, tento di riportarvi in vita ed eccovi tutti in fila i personaggi che animarono il Monte alla Rena”, racconta Caravano. Ecco comparire “Cacastrilli” (il guardiano Marabutti detto così perché strillava quando i ragazzini si avvicinvano al pozzo), il bietolone, gli zavorranti, i fuggiaschi, la rotonda d’Italia con il ballo di Pasquale Tancredi, i barbieri, i sarti, i calzolai, i briai del sabato sera. Ghino gestore dello Scoglietto. Il ristorante era un luogo frequentato dai “monteallarenesi”, anche per farsi un bicchiere. O rubare le caramelle alla Rotonda d’Italia del Tancredi, dove oggi c’è il Sirena. Racconta Leno Carmignoli (classe 1920): «Quando tornai in via della Nonna (oggi via Monte alla Rena) avevo 5 anni». C’erano le case degli operai della Solvay, famiglie povere. «Il nucleo dei ragazzi più importante e omogeneo del paese era quello della via dove abitavo, che vinceva sempre nelle battaglie al Monte alla Rena con lanci di palle di sabbia o facendo a “cannate””. Ed il ricordo delle dune. «Quella che guardava verso Vada era di sabbia più terrosa, preferita dai barrocciai».

Eppure il monte è stato soprattutto ricordo di giochi, spensieratezza, felicità. Come nelle memorie di Vasco Falaschi, classe 1925, che ne rammenta “le battaglie che si svolgevano fra i ragazzi di allora per conquistare la bandiera. Questa veniva issata sulla cima più alta e cominciavano le sassate. Tutti erano contro di noi, il Monte alla Rena padrone di casa. Gli avversari arrivavano da Caletta e dai Palazzoni della chiesa”. Marcello Marcellini, classe 1926, ne ricorda invece la “guerra alla Macchietta” a suon di strombolate (la fionda), dove la Macchietta era la folta boscaglia di macchia che ricopriva una parte del Monte. Per munizioni - rammenta invece Ionio Fabiani (1932) - si usavano le ghiande dei lecci. Mentre l’ex sindaco Guseppe Danesin ne ricorda, negli anni 50, i giochi pericolosi sui carrelli che scaricavano la sabbia nell’enorme buca creatasi. E I pericoli e i rimproveri dei lavoratori. Ma la macchietta del Monte fu luogo d’incontro - racconterà Pierino Donati (1933) - anche con le “signorine” al seguito dei soldati americani accampati al campo sportivo delle scuole. Da oltre 70 anni il Monte non c’è più. Ma i ricordi, la memoria, gli spezzoni di un film intimo in bianco e nero, quelli no. Non sono perduti. E allora riportiamola, la rena, in questa bella piazza a pochi metri dal mare.

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