Il Tirreno

Rapinatori di banche traditi dal dna

Rapinatori di banche traditi dal dna

Identificati gli autori di due dei tre episodi messi a segno a Cecina nelle filiali del Monte dei Paschi di Siena

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CECINA. Traditi da una dentiera dimenticata su un’auto rubata ed usata per una rapina a Chiavari. Incastrati i rapinatori che nella tarda mattina del 28 dicembre sono entrati, armati di pistola, nella sede del Monte dei Paschi di Siena (Mps) di viale Marconi. Gli stessi che a fine settembre dello scorso anno hanno svaligiato la sede centrale di Mps su corso Matteotti. Resta in dubbio, invece, la paternità del colpo del 13 agosto sempre alla filiale centrale di Mps.

Scendevano dal nord, dal Piemonte e battevano la costa ligure e toscana. Un’attività criminale con cadenze ravvicinate. Con le incursioni fino a Cecina intervallate da altri colpi. La traccia di dna trovata sulla protesi ha permesso di individuare un bandito e da lui di risalire ai complici: i carabinieri di Savona hanno arrestato quattro persone. Gli ordini di custodia cautelare sono stati emessi nei confronti di Claudio Russo, 42 anni, Roberto Spagnoletti (40), Raffaele Di Tavi (44), torinesi, e Giuseppe Prochilo (45) di Rivoli. Sono accusati di rapina, ricettazione di auto rubata e detenzione di armi: quattro le pistole sequestrate.

Tra i colpi attribuiti ai rapinatori ci sono anche due dei tre messi a segno a Cecina. Tre nell’arco di una manciata di mesi che avevano fatto schizzare verso l’alto l’asticella dell’allarme sicurezza. Sulle rapine del 18 agosto e del 28 settembre le indagini sono state portate avanti dalla polizia mentre per quella di fine dicembre dai carabinieri. Informazioni e dati che sono serviti ai militari di Savona per chiudere il cerchio e attribuire ai quattro malviventi anche due dei colpi messi a segno a Cecina.

Il 28 settembre uno dei malviventi è rimasto nell’atrio della banca, l’altro ha scavalcato il bancone. Ha puntato un coltello alla gola di un cassiere: «Dammi i soldi», gli ha intimato. In pochi minuti i due sono riusciti a fuggire con un bottino intorno ai 20.000 euro. Entrambi con il viso parzialmente coperto da una sciarpa. Il 28 dicembre invece alla filiale su viale Marconi si sono presentati in due, poco prima dell’orario di chiusura. Indossavano cappelli, occhiali da sole e anche parrucca e barba finta. Uno ha minacciato i due impiegati che erano alle casse, puntandogli contro una pistola. In questo caso il bottino è stato di circa 10.000 euro.

Alcuni assalti alle banche i quattro li hanno messi a segno camuffandosi dietro a barbe finte o indossando la divisa da finanziere. E in tutto tra quelle compiute e le rapine tentate gli inquirenti ne attribuiscono alla banda almeno una decina, tra Massa, Cecina, Lucca, Savona, Chiavari e Sarzana. Tutti avvenuti tra luglio 2015 e marzo 2016 per un bottino di circa 145.000 euro.

Traditi da una dentiera. Una traccia di dna trovata sulla protesi ha permesso di individuare un bandito e da lui di risalire ai complici. Russo e Prochilo erano già in carcere, Di Tavi ai domiciliari, per altri episodi. La dentiera era stata trovata su un’auto rubata usata dai rapinatori dopo un colpo a Chiavari nel novembre scorso. La protesi apparteneva a Di Tavi, già conosciuto dagli inquirenti. Il suo cellulare è stato messo sotto controllo permettendo di individuare gli altri componenti della banda, anche loro con precedenti penali.

L’indagine era partita dalla rapina alla Cassa di risparmio di Savona a Noli del 27 luglio dello scorso anno che aveva fruttato un bottino di 15.000 euro. A loro sono attribuiti anche i colpi, sempre in banche a Marina di Massa (31 luglio), Massa (7 agosto), Cecina (28 settembre), Lucca (22 ottobre), Chiavari (23 novembre), Cecina (28 dicembre) e in altre città. I malviventi si muovevano anche con auto “pulite”, noleggiate o prestate da amici a cui apponevano targhe rubate. In occasione dei colpi, i mezzi per la fuga erano sempre preceduti da auto non rubate che facevano da staffetta. I rapinatori cambiavano spesso anche le utenze dei cellulari e questo ha complicato le indagini. Salvo quella traccia che ha permesso di stringere il cerchio e arrivare agli ordini di custodia cautelare in carcere.(m.m.)

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