Il dolore
Dal buio della malattia al respiro del mare
L’ex fornaio Roberto Cheli, dalla guerra vinta contro la leucemia alla scelta di dedicarsi alla pesca
SAN VINCENZO. Gamberoni. Una buona pesca. Con orgoglio, Roberto Cheli, 47 anni, uno dei sei pescatori professionisti rimasti a San Vincenzo, ce li mostra sulla sua barca, mentre i capelli bianchi di un anziano, accanto a lui, illuminano le reti che tenta di districare. «L’alba in mare è un privilegio per pochi: odori, profumi, luci, colori, una bellezza difficile da descrivere», dice Roberto col suo sorriso. Roberto racconta la sua storia con tono tranquillo, a tratti spiritoso. La storia di una sua battaglia, di una lotta quasi in stile “Il vecchio e il mare”. Forse è un’influenza. Un’influenza di quelle toste, che durano e lasciano strascichi. Roberto non ce la fa neanche ad alzarsi dal letto. Meglio andare dal medico e fare le analisi, per scrupolo. La risposta: Lla. Leucemia linfoblastica acuta.
Roberto dà in gestione il suo forno, in cui lavora dal 1986. Non può più fare il fornaio. È l’ottobre del 2013. Unica cura: il trapianto di midollo osseo. Via d’urgenza all’ospedale di Livorno. Tra dicembre 2014 e febbraio 2015 chemioterapie intratecali (nella colonna vertebrale), un ciclo di chemioterapie nel sangue all’ospedale di Pisa e dieci radioterapie troncoencefaliche, oltre alle chemio locali. Prima dell’eventuale trapianto, ci vuole la remissione completa della malattia. Sette mesi di terapie a Livorno. Nel frattempo, nella banca dati nazionale, gli esperti cercano il donatore compatibile. Niente da fare. Vanno prese pasticche speciali, una scatola che dura un mese e che costa 8.000 euro, e che fortunatamente il servizio sanitario passa gratis. Si passa alla ricerca del donatore compatibile nella banca dati mondiale.
Eccolo. È l’ottobre del 2014, un anno dopo la comparsa di questa scorbutica compagna di viaggio. Il donatore compatibile viene trovato in Germania. Nel novembre iniziano gli esami di pre trapianto. Ma la Lla si riaffaccia nel corpo di Roberto, nel liquido cerebrospinale (liquor). Con le cure e la sua forza, la sconfigge. Nel marzo 2015 arriva la chiamata: ok al trapianto. Roberto viene ricoverato una settimana prima: chemio devastante per distruggere il suo midollo, poi arriva dalla Germania la sacca di cellule staminali del donatore. Nel 20% dei casi, per trapianti del genere, si muore. Le difese spariscono totalmente. Dopo il trapianto, per 15-20 giorni i globuli bianchi salgono e c’è l’attecchimento. Dopo, sei mesi di trasfusioni e il cambio di gruppo sanguigno: da 0 positivo ad A positivo, quello del donatore. La mucosite attacca il suo corpo. Dolori bestiali. Morfina. «Dopo sei mesi ho ricominciato a vivere quasi normalmente – dice –. Sto bene. Nel gennaio scorso ho smesso di prendere il farmaco antirigetto, la ciclosporina».
È abbastanza stanco, Roberto, oggi. Una pesca a 3 miglia dalla costa, con i tremagli. Ama la pesca fin da bimbo. Dal 2000 la esercita come seconda professione. Ora è il suo unico lavoro. «Ripensando ai momenti più bui della malattia sento di non aver gettato via la mia vita. Ho conosciuto l’amore di mia moglie che mi ha dato due figli meravigliosi ai quali passare il testimone. Sarebbe bellissimo vederli crescere, e per questo lotterò con tutte le mie forze. Questo mi è servito molto per poter superare quei momenti. Ho anche detto che se mai fossi uscito da quella situazione sarei stato un uomo migliore, in grado di apprezzare pienamente i valori reali della vita. Come sedersi a tavola con la famiglia o stringere i bimbi tra le braccia. Cose che si materializzano quando ne siamo privati. La mia seconda vita ho deciso di viverla apprezzando ogni giorno regalato da Dio, dai medici e dall’anonimo benefattore tedesco». Il pescatore, mestiere dell'anima, anche se duro e poco remunerativo, sarà il mio unico lavoro finché garantirò alla mia famiglia un'esistenza dignitosa". Ora deve tornare sulla barca. Sorride e apre la cassa con i suoi gamberoni.
Paolo Federighi
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