Italia
Caccia di frodo tra business e gioco d'azzardo
Il comandante della Forestale: mercato nero della carne, controlli difficili. Il vicepresidente Arcicaccia: una mentalità da sradicare
CECINA. Il bracconaggio è un fenomeno difficile da controllare ed estirpare, alimentato da un mercato nero parallelo della selvaggina. Anche se i margini di guadagno si sono molto ridotti, per la grande quantità di carni disponibili. Un fenomeno diffuso soprattuto in certe parti della Toscana, come le colline intorno a Cecina e in Val di Cornia. Il comandante provinciale della guardia forestale di Livorno, dottor Luca Barattini, è a capo dei nuclei operativi che si occupano (anche) dell’attività di controllo e repressione della caccia di frodo. «Difficile dire quale sia l’entità esatta del fenomeno - commenta Barattini - i controlli richiedono tempo e impiego massiccio di persone e mezzi, e noi non abbiamo forze dedicate solo a questo: nella nostra zona il bracconaggio è rivolto soprattutto ai cinghiali e in misura minore ad altri ungulati come caprioli e daini, alimentato un po’ da vecchie tradizioni e dal fatto che i cinghiali sono in numero molto elevato, e spesso causano anche danni ed incidenti, ma anche perché fonte di reddito sicuro, per la richiesta di carne da parte di singoli cittadini, sagre e talora ristoranti». I controlli, anche nella fase finale, sono complicati. «Non è facile verificare la provenienza delle carni - ammette il comandante della Forestale -: sappiamo che c’è un doppio mercato, quello regolare e uno parellelo, al nero. Noi interveniamo soprattutto su segnalazione. In Italia servizi spedifici anti-bracconaggio sono previsti soltanto su specie protette, e quando il fenomeno è particolarmente esteso, come nella zona di Brescia per il pettirosso, o in Calabria per il falco pecchiaiolo».
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Ma il bracconaggio è anche una forma di “dipendenza”, simile al gioco d’azzardo: lo definisce così il vicepresidente provinciale dell’Arcicaccia livornese Silvano Righi. «Non è un grande business – dice Righi - la carne di cinghiale è talmente diffusa che viene pagata poco: al nero si parla di 5 - 6 euro, massimo sette euro al chilo, meno della metà di quanto costa sul mercato regolare. Ma chi va a caccia di frodo oggi lo fa per il desiderio del rischio, come il gioco o una droga, un’abitudine pericolosa oltre che illegale che non ce la fa a superare. Purtroppo una pratica che non si riesce ad estirpare».
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Fattore psicologico, dunque, ma non solo. Secondo Righi, il bracconaggio «è anche frutto della politica che si fa intorno ai cinghiali: oggi sono decisamente troppo numerosi, si parla sempre dei danni che causano in agricoltura e dei rischi che provocano con gli incidenti stradali. Un tempo gli esemplari di troppo venivano abbattuti direttamente dai contadini, oggi che le campagne sono spopolate questo non succede più. E gli abbattimenti regolari e programmati sono insufficienti a tenere sotto controllo il fenomeno».
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