Sicurezza
Il mio viaggio di uomo e d’artista
Daniel Schinasi, ebreo italiano nato in Egitto, adottato dalla Valdicecina, è il maestro del neofuturismo
L'esodo è l'impalcatura della sua storia: personale e collettiva. Il suo destino, di uomo e d’artista, è il viaggio. Daniel Schinasi, fondatore del neofuturismo, a 84 anni ama definirsi così: «Sono un ebreo italiano d'Alessandria d'Egitto. Un ebreo della storia». Ha vissuto in Italia, in Francia, in Svizzera, parla 4 lingue, ha viaggiato e portato i suoi quadri in tutto il mondo ma non è mai voluto tornare in Egitto.
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«Mi piacerebbe allestirci una mostra, ma mi rifiuto di andare in un Paese dove non c’è libertà». Sul cavalletto della sua casa toscana, nella campagna di Casino di Terra, lungo la provinciale fra Cecina e Volterra, dove si rifugia almeno tre volte l’anno, ci sono le tele del polittico che sta completando sulle tappe dell'esodo. A Nizza, dove vive da 20 anni con la moglie Manuela, altre tele incompiute sulla storia d’Israele. «Mi auguro di vivere ancora un po’ - scherza - e terminare le opere iniziate. Quella a cui tengo di più è il polittico sull’esodo biblico, che si affianca al mio esodo personale, al momento tragico in cui ho dovuto lasciare l’Egitto per colpa di un moderno faraone». Quelle tele sono anche il suo esodo, quello che nel ’56 l'ha portato via in poche ore da Alessandria d'Egitto, dov'era nato e cresciuto, a bordo della nave Esperia, Speranza, il sogno di una vita migliore. Trenta dollari in tasca, una piccola valigia riempita in fretta. Insieme ad altri 500 profughi italiani costretti a fuggire dopo la crisi di Suez.
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Aveva 24 anni nel ’56: figlio di una maestra e di un tecnico della Singer, Daniel dirigeva un'officina della Citroen che esportava auto, giocava come portiere per la Palestra italiana d'Alessandria d'Egitto («Un grande circolo che aveva una squadra di basket e di calcio»). La pittura era ancora di là da venire. Eppure la sua prima opera d'arte l'aveva realizzata a sei anni: un'automobile di cartone cucita a mano. («Ero alle elementari dalle suore francescane di Alessandria. La suora la mise come bibelot sul suo tavolo da lavoro»).
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Partiamo da queste tele che andranno a comporre la sua prossima opera: che cos'è l'esodo per Daniel Schinasi?
L'esodo appartiene alla storia, la partenza del popolo ebraico dall'Egitto è stato un momento magico e fra i più importanti per la storia dell'uomo: il popolo ebraico ha scelto la fuga, senza mezzi, ha scelto la libertà, arrivando alla terra promessa, guidato da uno dei più grandi personaggi della storia, quel Mosè che ha dato al mondo i Dieci comandamenti. Ma l'esodo mi appartiene, anch'io ho fatto una parte della strada del mio popolo, ma invece di andare nella terra promessa sono tornato nella terra dei miei avi, Livorno. Meno male che conoscevo la lingua, avevo studiato l'italiano ad Alessandria.
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Molte sue opere sono dedicate al popolo ebraico.
Tutto quello che faccio è per non dimenticare, soprattutto gli eventi più tragici: a Madrid ho dipinto un trittico sul massacro degli innocenti, al museo Piaggio di Pontedera la famiglia del misero calzolaio dello Shtetl che finisce nei campi di concentramento nazisti.
Come ricorda quel viaggio?
Completamente al buio, non era una crociera, eravamo 400 - 500 persone che si sono trovate su questa nave che li portava verso la libertà. Eravamo frastornati storditi increduli di trovarci in quelle condizioni nel giro di poche ore.
Prima tappa Venezia.
La prima tappa in realtà è stata Bari, la nave si è fermata al largo e io ho visto questa città bianca tutta illuminata, mi sembrò molto bella, perché era il primo passo verso la libertà. Anche a Venezia siamo arrivati di notte, al buio, si sentivano i vaporetti, poi ci hanno caricato sui treni e ci hanno portato a Livorno. Eravamo delle persone perdute, non c'era nessuno che ci aspettava, né parenti né amici che ci potessero accogliere. Ci siamo trovati soli sui binari della stazione di Livorno a mezzanotte, ci siamo fatti coraggio, e con un autobus siamo andati in prefettura e abbiamo svegliato il prefetto. Così con due camion militari ci hanno portato all'Ardenza in una pensione che era quasi una casa chiusa. Quando siamo arrivati c'erano ragazze quasi completamente nude che ci hanno accolto, ma noi siamo andati subito nelle camere che ci avevano assegnato. La prima cosa che abbiamo fatto è stata di vedere la televisione, perché in Egitto la tv non c'era. Ogni famiglia una camera: eravamo 5 in una stanza dove dormire e mangiare, io avevo un piccolo cavalletto e dipingevo in un angolo. Eravamo profughi.
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Com’è diventato pittore?
Per caso. Il mio primo impiego è stato come istruttore del collegio delle case pie che ospitava un centinaio di ragazze: avevano bisogno di tutori e ho avuto la fortuna di lavorare lì qualche mese prima di trovare un lavoro fisso alla Piaggio di Pontedera. Avevo fatto centinaia di domande, il colloquio alla Piaggio era andato bene ma non mi richiamavano perché il capo assunzioni era un fascista antisemita. Fu risolutivo il segretario delle case pie, che si rivolse a un generale della Marina che conosceva. Pochi giorni dopo mi convocarono. Facevo il pendolare col treno Antignano - Pontedera, e disegnavo nelle sale d'aspetto, nei bar. È in quegli anni che mi sono innamorato delle persone che viaggiano per lavoro. Alla Piaggio guadagnavo bene, e potevo fare carriera. Mi volevano mandare in India. Ma io non potevo continuare quel lavoro: o andavo al manicomio o facevo il pittore, così andai dal direttore e gli dissi: da domani non vengo al lavoro. E lui: hai trovato una ditta che ti ha fatto un contratto più vantaggioso? Sì, gli risposi, l'ho trovata: è il cavalletto. Da quel giorno ho cominciato a dipingere e da 60 anni non ho più smesso.
Cos’è la pittura per Schinasi?
La pittura è la salvezza, l'illuminazione. Eppure ho cominciato davvero per caso. A scuola avrò fatto 2, 3 disegni e non ero fra i migliori, ma a 20 anni ho avuto una rivelazione a casa di un amico che mi aveva invitato a fare delle cartoline. Mi ha messo un cartoncino sul cavalletto e la cartolina da copiare e si è raccomandato: "La devi copiare precisa sennò il mercante non la compra". Ma io invece di copiare ho fatto un quadro per conto mio, dipinsi un pescatore su uno scoglio con la canna, invece la cartolina rappresentava una barca a vela di Chioggia con vele colorate. Il mio amico mi ha detto: "Tu non sarai mai un pittore". Da autodidatta ho studiato i grandi maestri del Rinascimento e gli impressionisti. Ho avuto la fortuna di scoprire questi due periodi della storia dell'arte, che mi hanno fatto capire cosa sono il colore e la luce.
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Lei ha dipinto molti murales nelle stazioni ferroviarie. Un omaggio al movimento?
Le stazioni sono un luogo d’incontro per eccellenza, mi sono innamorato dei viaggiatori quando facevo il pendolare e dipingevo nelle sale d'aspetto mentre aspettavo il treno.
Nizza le ha dedicato una grande mostra. Ormai la Costa azzurra è la sua casa?
Ormai non posso più trasferirmi, perché lì ho tutti i miei dottori. A parte gli scherzi, io mi sento alessandrino e italiano. E poi universale: un cittadino del mondo, con tutte le ricchezze della cultura e dell’umanesimo che sono nel mondo. Ho in mente un giudizio universale di 20 metri: dopo tanti murales nelle stazioni ferroviarie, questo mi piacerebbe che fosse collocato in un altro luogo dove passa tanta gente, come l’aeroporto di Nizza.
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