Sicurezza
La favola di Leo, che ha dato un calcio alla malattia
Bibbona: a 8 anni la diagnosi della leucemia e il calvario, poi il trapianto. A 16 è di nuovo in campo
BIBBONA. Leonardo non ha il tempo di pensare. Il portiere ha appena respinto verso di lui un tiro. È al posto giusto nel momento giusto. Pochi metri dalla gioia di un gol. Raccoglie tutte le energie che ha in corpo, quelle che per anni gli sono mancate. Leonardo scaccia via quel pensiero, sa che fa parte del passato e corre veloce incontro alla gloria. Per un attimo parla con il pallone. «Sei sempre stato al mio fianco, adesso non mi tradire». Quel pallone è il suo migliore amico. Lo ha aiutato quando la posta in palio non erano i tre punti ma la vita stessa e l’avversario da battere era la leucemia.
Sono passati sette anni da quella battaglia, adesso Leonardo Filiaci pensa solo a giocare. Il pallone amico si lascia sfiorare dal piede di questo ragazzo dal fisico gracile ma dallo spirito guerriero. Anni in un attimo. «Gooooollll!». Tutti urlano, i compagni lo sollevano al cielo. L’abbraccio più bello, di quelli che non si scordano per il resto della vita. Sì, perché Leonardo per troppo tempo ha dovuto stare lontano da tutto. Scuola, sport e amici. E anche dagli abbracci. La malattia è una bestia che finisce per isolarti dal mondo e limitare ogni tipo di contatto. Adesso, però, il ragazzo può farsi travolgere dalle emozioni. E con lui papà Marcello che lo guarda dalla tribuna. Mamma Monia in una delle rare volte non è con lui. Ma viene tempestata di messaggi e telefonate. Leonardo ha segnato. Leonardo ha vinto. Leonardo è tornato alla vita. Per raccontare la storia di questo ragazzo di 16 anni, residente nella bella campagna di Bibbona, in provincia di Livorno, bisogna riavvolgere il nastro al maggio del 2008.
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Leonardo ha otto anni e con papà Marcello, che gli ha trasmesso la passione per il calcio, praticato fin da piccolissimo nella Polisportiva Palazzaccio, e per l’Inter, va per la prima volta allo stadio. A San Siro si gioca Inter-Juventus e con loro c’è mamma Monia, tifosa bianconera. È una giornata memorabile (anche se i nerazzurri perdono) forse l’ultimo momento sereno prima dell’inferno. «Pochi mesi dopo ha iniziato ad avere febbre e ad essere sempre più debole, svuotato di ogni energia – spiega Monia – l’8 dicembre 2008, poi, la situazione è peggiorata e in un giorno che non dimenticheremo mai arriva la notizia che ci ha catapultato in un incubo». Pochi mesi prima Leonardo è allo stadio, studia e gioca a calcio, il giorno dell’Immacolata entra di urgenza nel reparto di oncomatologia di Pisa. «Se la diagnosi fosse arrivata con un giorno di ritardo forse non ce l’avrebbe fatta – raccontano i genitori di Leonardo – iniziarono le cure a base di cortisone e cicli di chemioterapia». Il primo Natale in corsia. Poi il 28 dicembre la situazione peggiora, Leonardo entra in coma. Sono momenti terribili. Lui lotta e dopo tre giorni apre di nuovo gli occhi.
«Mi ricordo che non riuscivo a parlare – spiega Leo - riconoscevo tutti ma non mi uscivano le parole». Ma per lui è come nascere una seconda volta. Deve imparare di nuovo a parlare e camminare. Anche l’azione più semplice è resa difficile dalla nausea costante, da un fisico al quale restano attaccati pochi chili ma una grande determinazione. «In quei due mesi di ricovero al Santa Chiara ricordo che con me c’era sempre un pallone – spiega Leonardo – veniva usato per la mia riabilitazione. Ma io ci giocavo spesso con papà a calcio in corsia».
Il primario Claudio Favre chiude un occhio, anche perché lentamente Leonardo si riprende. Inizia la fase più difficile, quella di preparazione al trapianto di midollo. Tanti ricoveri, cure pesanti, attese che non finiscono mai. «Dovevo mangiare dei cibi congelati e confezionati, non mi piacevano. Riuscivo solo a buttare giù un po’ di riso, adesso non lo voglio neanche più vedere – racconta ancora Leo – poi ero costretto a stare chiuso nella stanza. Con me c’era mamma che prima di stare con me doveva lavarsi ogni mattina e indossare vestiti sterilizzati. Il mondo esterno non esisteva più. Papà quando veniva portava una ventata di allegria, mi faceva sorridere. Un paio di volte sotto la mia finestra di ospedale sono venuti anche i miei amici, ma ci stavo male perché non potevo uscire ad abbracciarli, ero triste». L’unico sorriso riescono a strapparglielo i suoi istruttori di calcio e compagni di squadra. In regalo un pallone, una maglia e un gagliardetto del Palazzaccio che ancora oggi è appeso in camera sua. Poi l’11 giugno 2009 il trapianto di midollo osseo da un donatore tedesco. La lotta continua tra casa e ricoveri in ospedale. Grazie alle maestre della scuola elementare di Bibbona, che vanno a fargli lezione a casa, Leo riesce anche a non perdere neppure un anno. È uno studente modello. Ma il calcio è lo spartiacque che può segnare il ritorno alla normalità. Con la palla il contatto non è mai venuto meno, ma ora c’è bisogno dell’odore dell’erba, del piacere di giocare con i compagni. Quel momento arriva nel 2012, prima sempre nel suo Palazzaccio e dopo nel Palazzi Monteverdi. Proprio con quest’ultima società segna, è l’ottobre 2014, il primo gol dopo la sua lunga assenza. «Ma la mia squadra aveva perso 10-1, nessuno se la sentiva di festeggiare». Quello di sabato scorso, invece, ha un sapore diverso. È la rete del 3-0 per i suoi, quella che chiude i conti nel derby con il Donoratico e con un destino avverso. «Mi hanno abbracciato e sollevato al cielo – spiega Leonardo – e nello spogliatoio uno dei miei compagni, Francesco Carbone, ha iniziato ad intonare un coro seguito da tutti gli altri amici». Sette lunghi anni. Un gol, una palla per amica. Gli abbracci prima impossibili e adesso travolgenti. Il calcio, la scuola. La vita che torna a scorrere, il futuro che a sedici anni non fa più paura.
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