Il Tirreno

Marianella in tour col grande teatro

di Federica Lessi

L’intervista. L’attrice cecinese in scena con Pirandello e Goldoni «Per me una sfida e un percorso di crescita importante»

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CECINA. Accoglie la sfida di affrontare un nuovo autore e dare vita alle mille sfumature di un personaggio, per “intrappolare” lo spettatore sullo poltrona, ma anche per mettersi in gioco. Marianella Bargilli, cecinese ormai affermata come attrice teatrale, sta girando l'Italia con due spettacoli: “L'uomo, la bestia e la virtù” di Pirandello, con il marito Geppy Gleijeses e Marco Messeri (a Prato dall’11 febbraio), i costumi firmati dalla sorella Adele, e “Il bugiardo” di Goldoni, diretta dall'argentino Alfredo Arias (a Massa 23 febbraio, Arezzo 20 marzo, Pistoia dal 15 aprile). Interpreta due donne, una bella e capricciosa, l'altra virtuosa a parole, ma il suo cuore batte sempre per Algernon, il personaggio di Wilde che ha trasformato in realtà il suo sogno. Dopo Wilde, ecco Goldoni e Pirandello, che vedremo anche in Toscana. «Pirandello richiede una grande conoscenza dei testi, ogni personaggio viaggia su un crinale delicatissimo, basta un attimo ed è dramma oppure diventa farsa. Ogni parola ha un sottotesto, ed è importante per dire la battuta. Dietro c'è il grande ragionamento per cui tutti i personaggi calano le maschere, come tutti noi nella vita».

La signora Perella, il suo personaggio, che carattere ha?

«Il regista Giuseppe Dipasquale lo ha trasformato in una marionetta controllata da Paolino ed ha un momento di verità. È comica, drammatica e leggera. Nel testo ci sono temi di oggi: la solitudine, voler salvare le apparenze, il marito che si è rifatto una vita altrove».

Com'è stata invece l'esperienza con Goldoni?

«Completamente diversa. Arias è un regista naturalizzato francese con grande immaginazione, i metodi di lavoro sono diversi dai nostri, è diventata una nuova sfida. E' stato bello perché c'erano Geppy, che interpreta Lelio, il protagonista, suo figlio Lorenzo, Andrea Giordana e suo figlio Luchino: eravamo come un'antica compagnia familiare. E' un lavoro con sfarzo di costumi e colori, che andrà a Parigi. Interpreto Rosaura, una donna capricciosella, cui ho dato una voce profonda».

Quale personaggio sente più vicino?

«Indubbiamente Algernon ne “L'importanza di chiamarsi Ernesto”. Avevo il sogno di interpretare un uomo, era rischioso perché esulava dalla mia fisicità ma è andato bene. Queste sono due figure femminili, ma il bello è divagare».

Sembra che questi tre lavori abbiano messo in luce il suo gusto per la sfida.

«Ho fatto volentieri questo percorso di sperimentare testi diversi perché sono argomenti nuovi rispetto alla mia cultura. Perciò è stato un modo per crescere ma anche per divertirmi. E' stato importante entrare nella commedia dell'arte, nella cultura napoletana, e lavorare con grandi attori mi fa dare il massimo. Quando mi metto in gioco sono incosciente, ma dev'essere così, altrimenti non potrei andare davanti al pubblico. L'attore deve intrappolarlo in questo piccolo viaggio che è lo spettacolo».

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