Sicurezza
Ortofrutta fresco e bio un progetto per la costa
Terre dell’Etruria si consorzia e lancia la sfida per coinvolgere le aziende locali Il presidente Carlotti: «Contro gli scandali noi mettiamo la faccia dei produttori»
CASTAGNETO. La prossima sfida dell’agricoltura toscana di qualità si chiama biologico. Un settore di nicchia, ma in costante crescita. Ci crede Terre dell’Etruria, la cooperativa agricola da 50 milioni di fatturato e 3800 soci che ha la testa a Castagneto anche se conta diramazioni su tutta la costa e collaborazioni con società leader del settore in Italia e all’estero. La cooperativa nata con l’olio ha inserito infatti nel proprio piano industriale per il triennio 2016 - 2018 un progetto apripista che vuole coinvolgere le aziende ortofrutticole della costa in una commercializzazione capillare del fresco biologico nei supermercati.
Presidente Carlotti, sulla costa non sono molte le aziende che producono biologico. Pensa che la vostra sia una scommessa vincente?
«È vero, in Toscana ci sono poche realtà ortofrutticole che producono biologico, ma con questo progetto vogliamo dare una risposta alla richiesta crescente, anche se sempre di nicchia di prodotti freschi bio. La risposta dei produttori, soprattutto in alcuni settori, è interessante. Anche nella nostra zona, nel Bolgherese, le grandi aziende del vino, come Ornellaia, si sono o si stanno convertendo al biologico. Terre dell’Etruria ha fatto un accordo nel settore dell'ortofrutta con l’Apofruit di Cesena, un'impresa cooperativa specializzata nella produzione di prodotti ortofrutticoli italiani di qualità, e Agribologna, un'altra cooperativa che opera nel settore ortofrutticolo. L'obiettivo è creare una filiera integrata per sviluppare in Toscana una rete di biologico fresco rivolta alla grande distribuzione, mense, ristoranti e alberghi. Nel progetto Agribologna fornisce la rete logistica, Terre dell'Etruria l'assistenza tecnica alle aziende e la lavorazione del prodotto nella sede di Venturina. Il nostro obiettivo è di coinvolgere le aziende locali».
Si parla di qualità, di produzioni certificate. Terre dell’Etruria ha legato il suo nome all’olio, un settore in cui purtroppo gli scandali sono all’ordine del giorno. Come vi difendete e come si possono difendere i consumatori?
«Noi ci mettiamo la faccia dei produttori, perché dagli scandali e dalle truffe ci si difende con la qualità e la reputazione. Con altre società abbiamo una filiera locale sull'olio, nei nostri frantoi e alla Coagri di Donoratico facciamo confezione contoterzi, da qualche anno abbiamo tra i nostri clienti per la lavorazione e l'imbottigliamento le maggiori aziende di Bolgheri, come Sassicaia e Ornellaia, Zileri, Biserno... E tanti piccoli produttori. È chiaro che deve passare anche il messaggio ai consumatori che la qualità ha un costo: per un olio bio non si può spendere meno di 8/9 euro al chilo. Nell'olivicoltura la scommessa è aumentare la redditività con incentivi mirati, anche a salvaguardia dell'ambiente, perché la presenza e la coltivazione degli olivi in collina aiutano il nostro territorio. L'olio toscano si vende all'80% negli Usa come Igp certificato. Dobbiamo mantenere alta la qualità senza far salire troppo il prezzo».
Com’è andata la campagna del 2015?
«Il 2015 non è stata un'annata eccezionale ma è andata bene, con un bilancio di oltre il 70% della produzione piena. Abbiamo lavorato 84mila quintali di olive nei nostri 4 frantoi, l'olio conferito alla cooperativa dai produttori è stato pari al 42% del prodotto, circa 11.500 quintali di olio al 99% Igp. Nel settore dell'olio siamo molto forti, abbiamo un’Op, un’organizzazione di produttori, e società collegate con un mercato che garantisce la totalità del conferimento esterno. Con Olma e un socio americano abbiamo costituito una certified Italia Usa che si occupa di certificazione: tracciabilità, siti di produzione, filiera trasparente, è questo il nostro biglietto da visita».
Come vede il futuro dell’agricoltura?
«In questo momento il settore più penalizzato è quello dei cereali, perché il mercato è quasi un monopolio e i prezzi imposti ai produttori sono troppo bassi. La formula per rimanere competitivi? Reputazione, capillarità e presenza sul territorio, una rete di agronomi che seguono le aziende, garantire gli impegni presi con produttori e clienti, con certezza del pagamento. E poi: saper cogliere le opportunità e unire le forze».
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