Il Tirreno

Violenze su un bambino in campeggio: condannato

di Federico Lazzotti
Violenze su un bambino in campeggio: condannato

L’uomo, 41 anni, era lo zio acquisito del piccolo e insieme vivevano nella comunità del “profeta” Rodolfo Fiesoli. L’abuso durante una gita a Vada

3 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Finisce in un’aula semi vuota del tribunale di Livorno l’ultimo atto della maxi inchiesta sugli abusi sessuali e i maltrattamenti all’interno della comunità del Forteto, nel Mugello. A pronunciare l’ennesima sentenza di condanna in primo grado, dopo le diciassette arrivate nel giugno scorso da parte del tribunale fiorentino, il presidente del collegio Angelo Perrone.

Al centro di questo processo, rimasto fino ad oggi segreto perché si è svolto a porte chiuse vista la delicatezza della materia, la violenza sessuale subita nell’agosto del 2011 da parte di un bambino di appena 8 anni da quello che può essere definito uno zio acquisito.

L’imputato, di cui non facciamo il nome poiché nel processo principale è stato a sua volta testimone per le violenze sessuali subite all’interno della comunità del “profeta” Rodolfo Fiesoli, è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione, l’interdizioni da qualsiasi incarico che abbia a che fare con i bambini e a una provvisionale nei confronti delle tre parti civili di 40mila euro totali.

Il fascicolo, arrivato a Livorno all’inizio del 2013, riguardava la denuncia di una giovane madre che ha fatto parte della comunità spirituale. Agli investigatori fiorentini la donna, oltre a ciò che accadeva all’interno del Forteto, ha raccontato di questo episodio andato in scena in un campeggio di Vada dove la vittima è stata con il figlio.

La ricostruzione, confermata sia dalla giovane vittima in sede di incidente probatorio e successivamente dalle testimonianze rese durante il dibattimento, ha fatto emergere un meccanismo di promiscuità sessuale anche fuori dalla comunità.

In particolare, in quella occasione, il bambino era in gita con i genitori e il fratellastro del padre. Durante la permanenza nel campeggio di Vada, lo zio adottivo, che all’epoca aveva 36 anni, ha avvicinato il piccolo e sul bambino ha avuto delle attenzioni particolari. Attenzioni che la stessa vittima ha subito raccontato alla madre.

Addirittura in un primo momento la donna aveva esternato la propria volontà a denunciare quanto accaduto. Poi però aveva fatto retromarcia: troppo forte la pressione iniziale della comunità per avere il coraggio di raccontare. Così per quasi un anno quell’abuso, come tanti altri, è rimasto un segreto. Poi però - come confermano dalla procura - le seconde generazioni dei fondatori della comunità hanno cominciato a fare domande e ad indignarsi per quello che accadeva all’interno del Forteto.

Il resto lo ha raccontato il maxi processo fiorentino: una comunità alla quale per trent'anni il tribunale dei minori di Firenze ha affidato i bambini in difficoltà. Ma dove all’interno sono state consumate violenze e maltrattamenti andati avanti nel silenzio e con molte disattenzioni da parte da parte degli psichiatri e degli assistenti sociali.

La sentenza di Livorno, le cui motivazioni saranno depositate tra 45 giorni, dice una cosa in più: che le violenze tra i componenti del Forteto non avvenivano solo all’interno della comunità, ma il sistema di abuso e di silenzio veniva replicato anche all’esterno. Come è successo nel campeggio di Vada nell’agosto del 2011.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa