Il Tirreno

Un pallone multietnico al campo della Ladronaia

di Alessandro Bientinesi
Un pallone multietnico al campo della Ladronaia

Appuntamento fisso per tanti ragazzi figli di famiglie immigrate Tra loro anche qualche giovane italiano: il gioco è un modo per conoscersi

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CECINA. Sono romeni, marocchini, senegalesi, curdi. A volte tra loro anche qualche italiano. Giovani, spesso giovanissimi. Non si danno appuntamento su whatsapp o sui social network. Vestono le maglie di Messi e Cristiano Ronaldo, escono di casa e vanno in quel campo di calcio sapendo di trovarci qualcuno. Un po’ come la piazza o il vecchio cortile di una volta.

Un impianto costruito pochi anni fa dal Comune di Cecina. Ma già con le porte arrugginite e pericolanti. Il manto sintetico strappato. Rifiuti ed escrementi di cane disseminati tutto intorno.

Dalla strada che passa lì vicino si vedono impegnati a giocare, in particolar modo il fine settimana. Questi ragazzi giocano fino a che non arriva l’oscurità. A volte proseguono anche nel buio. Un melting pot sportivo e sociale che in città i cittadini guardano con indifferenza, a volte diffidenza. Eppure basta veramente poco per colmare i metri che separano la strada da quel campetto e annullare la paura di ciò che non si conosce. Andrei, Ayman, Esmez, Marius, Rezan, Issa: ti sorridono subito, ti vengono intorno e ti aprono il cuore. «Vivevo in Turchia con la mia famiglia, a Nardin. Non so il motivo, ma ho capito fin da piccolo che la polizia non voleva noi curdi – spiega Esmez, venuto a Cecina con i genitori e due fratelli cinque anni fa – ricordo le violenze, le porte e le finestre rotte delle case vicine alla nostra. L’impossibilità di parlare e denunciare tutto ai giornalisti. Adesso qui sto bene, studio e ho molti amici anche tra gli italiani. Cosa farò da grande? Se non il calciatore penso che farò il kebabbaro».

Curdo come Esmez è anche Rezan. «Io vivo a Cecina da soli tre anni, abitavo in Turchia – spiega il ragazzo con la sua tuta da calcio e il cappellino da rapper – c’era una vera e propria guerra civile, quando ero solo un bambino ho visto ammazzare delle persone, ad alcune tagliavano la testa. Sono musulmano ma adesso non mi interessa più la religione». Lo dice e sorride forse a scacciare quei terribili ricordi.

Adesso corre dietro un pallone sognando, come tanti, di fare il calciatore. «Sono nato a Cecina e studio scienze umane al liceo “Fermi”, anche se sono stato bocciato – ci dice un altro ragazzo, 16 anni, figlio di genitori marocchini – sono musulmano e mio padre ha un banco al mercato. Non so che farò da grande, ma quello che conta sarà lavorare. Per adesso passo il tempo libero qui al campo con i miei amici».

Un lavoro. Questa la speranza che spinge queste famiglie a venire in Europa. «Mio padre ha impiegato tre anni per arrivare dal Senegal in Italia – ci dice un altro ragazzo di 17 anni –: è partito dalla regione di Casamance, quella più a sud del Senegal e dove c’è un conflitto da tanti anni. Passando per la Libia, una traversata in mare e tante violenze. Dopo che ha trovato lavoro a Cecina io l’ho raggiunto». C’è anche un altro ragazzo, babbo italiano mamma romena, 16 anni. «Mio padre è italiano e mia madre romena, studio economia sociale qui a Cecina – spiega – qui al campino giochiamo principalmente il sabato e la domenica».

Tra questo melting pot c’è anche un quindicenne italiano. «Abito qui vicino e vengo spesso a giocare con questi ragazzi – racconta – mi piacerebbe che il sindaco lo lasciasse libero, aperto a tutti. Anche se mi rendo conto che in queste condizioni non va bene».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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