Finanza
Ladronaia, se il pallone è multietnico
Il campino è il luogo di appuntamento di molti ragazzi immigrati
CECINA. Sono romeni, marocchini, senegalesi, curdi. A volte tra loro anche qualche italiano. Giovani, spesso giovanissimi. Non si danno appuntamento su whatsapp o sui social network. Vestono le maglie di Messi e Cristiano Ronaldo, escono di casa e vanno in quel campo di calcio sapendo di trovarci qualcuno. Un po’ come la piazza o il vecchio cortile di una volta.
Un impianto costruito pochi anni fa dal Comune di Cecina. Ma già con le porte arrugginite e pericolanti. Il manto sintetico strappato. Rifiuti ed escrementi di cane disseminati tutto intorno.
Dalla strada che passa lì vicino si vedono impegnati a giocare, in particolar modo il fine settimana. Questi ragazzi giocano fino a che non arriva l’oscurità. A volte proseguono anche nel buio. Un melting pot sportivo e sociale che in città i cittadini guardano con indifferenza, a volte diffidenza. Eppure basta veramente poco per colmare i metri che separano la strada da quel campetto e annullare la paura di ciò che non si conosce. Andrei, Ayman, Esmez, Marius, Rezan, Issa: ti sorridono subito, ti vengono intorno e ti aprono il cuore. «Vivevo in Turchia con la mia famiglia, a Nardin. Non so il motivo, ma ho capito fin da piccolo che la polizia non voleva noi curdi – spiega Esmez, venuto a Cecina con i genitori e due fratelli cinque anni fa – ricordo le violenze, le porte e le finestre rotte delle case vicine alla nostra. L’impossibilità di parlare e denunciare tutto ai giornalisti. Adesso qui sto bene, studio e ho molti amici anche tra gli italiani. Cosa farò da grande? Se non il calciatore penso che farò il kebabbaro».
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Curdo come Esmez è anche Rezan. «Io vivo a Cecina da soli tre anni, abitavo in Turchia – spiega il ragazzo con la sua tuta da calcio e il cappellino da rapper – c’era una vera e propria guerra civile, quando ero solo un bambino ho visto ammazzare delle persone, ad alcune tagliavano la testa. Sono musulmano ma adesso non mi interessa più la religione». Lo dice e sorride forse a scacciare quei terribili ricordi.
Adesso corre dietro un pallone sognando, come tanti, di fare il calciatore. «Sono nato a Cecina e studio scienze umane al liceo “Fermi”, anche se sono stato bocciato – ci dice un altro ragazzo, 16 anni, figlio di genitori marocchini – sono musulmano e mio padre ha un banco al mercato. Non so che farò da grande, ma quello che conta sarà lavorare. Per adesso passo il tempo libero qui al campo con i miei amici».
Un lavoro. Questa la speranza che spinge queste famiglie a venire in Europa. «Mio padre ha impiegato tre anni per arrivare dal Senegal in Italia – ci dice un altro ragazzo di 17 anni –: è partito dalla regione di Casamance, quella più a sud del Senegal e dove c’è un conflitto da tanti anni. Passando per la Libia, una traversata in mare e tante violenze. Dopo che ha trovato lavoro a Cecina io l’ho raggiunto». C’è anche un altro ragazzo, babbo italiano mamma romena, 16 anni. «Mio padre è italiano e mia madre romena, studio economia sociale qui a Cecina – spiega – qui al campino giochiamo principalmente il sabato e la domenica».
Tra questo melting pot c’è anche un quindicenne italiano. «Abito qui vicino e vengo spesso a giocare con questi ragazzi – racconta – mi piacerebbe che il sindaco lo lasciasse libero, aperto a tutti. Anche se mi rendo conto che in queste condizioni non va bene».
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