La manifestazione
Quarant’anni a passo di danza
San Vincenzo, la carriera della ballerina e coreografa Giorgia Macchi
SAN VINCENZO. In bicicletta, busto eretto e fiero, sguardo innanzi, coperto a volte da occhiali scuri. Per strada, in centro, scultura in movimento, dal passo elegante e al contempo bizzoso. Troppo vanitosa, dicono molti. Da lasciare perdere. Sì, da lasciare perdere queste aggrovigliate voci insulse che si diffondono in un luogo dove l’importante è sempre e comunque apparire. Mai essere. Continua col busto eretto, non salutare sorrisi finti, avanti. Un due tre, un due tre. Ritmo, cassa, basso, il corpo come protesi del suono, della melodia, del silenzio che è suono infinito. La danza, a San Vincenzo, è lei. Giorgia Macchi è uno di quei pochi artisti sanvincenzini che hanno fatto la storia e la gloria della comunità locale. Da quarant’anni. Sì. Perché il 2015, che va finendo, è l’anno dei suoi primi 40 anni nella danza, per la danza, con la danza.
La danza che grazie al talento ha portato il nome di questo paese lontano, anche all’estero. Questo paese, San Vincenzo. Il suo paese. Che non l’ha capita, in cui pochi l’hanno compresa. «Io sono di Piombino – dice Giorgia Macchi –. Lì sono nata. Non avrà la Torre Eiffel, ma ha piazza Bovio, la più bella piazza del mondo». Chi l’ha compresa, l’ha presa. Con il suo carattere, un carattere tremendo, dicono i benpensanti che “sissignore, signor sì”. Carattere, in realtà. Carattere e basta. Avere carattere significa averlo tremendo, per chi non lo ha. Sempre.
Un due tre, un due tre. E volteggia come una farfalla. Farfalla che Giorgia Macchi già era, adolescente. Tre volte campionessa italiana di aerobica, capitana della nazionale. Tutte le strade la portarono a Roma. Elsa Piperno, lezioni di danza moderna. Da Roma a Venezia esiste solo il fascino della laguna, distesa d'acqua che ha nome Carolyn Carlson e Larrio Ekson. Poi nel fumo di Londra di Robert Duncan, Cannes e Parigi, la sua amata Parigi. Cinque video di danza suoi acquistati dal Lincoln Center di New York, a Lione, Parigi, Barcellona. Il sogno denso si chiama William Forsythe, con cui danza in Europa e alla Biennale veneziana del 2005. La danza è arte di equilibrismo, a volte gli incidenti sono gravi. Perché si rischia. Il cuore rischia, anche la testa. Nel 2008 un incidente pone un freno alle sue gambe per un po’. Poi un altro per una buca mai coperta, e chiusa dopo un anno, ne mette a rischio la vita. Le sue Crisalidi fanno compagnia. Saltano, crescono. Sono le danze di un Matisse, di animaleschi suoni e corpo da fauves. Al diavolo tutto. Meglio volar via, nemo non profetizza in patria.
Ci sono menti, cuori e talenti che non possono andar fuori dai propri piccoli confini. Meschine, si rassicurano dei loro perché, dei loro effimeri successi, di quattro applausi, del decoro e delle decorazioni piccole piccole. Ce ne sono altre che sono sempre in gabbia, che devono superare i confini di quel piccolo mondo che per quasi tutti è il mondo, che devono andare oltre. Verso la perfezione, verso qualcosa di intangibile. Sono necessità. Che pochi hanno, che pochi capiscono. Perché uno nasce e non può fare altro. E se rinascesse, il destino le farebbe rifare la stessa cosa. E c’è poco da capire, in fondo, negli animi umani. Giorgia quarantenne di ritmo, ostinata e contraria nel suo procedere, trasparente e bella. Due occhiate all’invidia, uno sguardo alla mano piccola che cerca sempre di tirarla giù. Una danza intorno alle storture della gente piccola.
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