La manifestazione
Addio a Nilo Chiappini decano dei “marchigiani”
Aveva 96 anni, era arrivato a Bolgheri nel ’53 acquistando sei ettari di terreno dai conti della Gherardesca. Oggi alle 15 il funerale nella chiesa di San Guido
BOLGHERI. Si è spento nel sonno la notte di martedì Nilo Chiappini, classe ’19, memoria storica dei marchigiani emigrati a Bolgheri, l’ultimo patriarca rimasto. La sua è una storia tutta da raccontare: la sua testimonianza insieme a quella di altri, i figli dei suoi coetanei ormai scomparsi, era infatti stata raccolta in un libro presentato qualche anno fa: “Quelli di lieggiù: i marchigiani di Bolgheri” (Europolis editing). A 96 anni suonati, ancora molto attivo e lucido, continuava la vita da contadino in campagna, non rinunciando nemmeno alla macchina che ha guidato fino a poco tempo fa. Schietto e integro, da tutti era conosciuto come un gran lavoratore. I figli, Giovanni e Marisa, hanno ambedue due aziende vitivinicole di pregio nel territorio e continuano la tradizione familiare affiancati dai figli. Di padre in figlio, sì, proprio come aveva insegnato Nilo. I primi marchigiani approdarono nel ’53 a Bolgheri (Nilo era di Ripatransone in provincia di Ascoli Piceno) per lavorare i campi. All’inizio grano, cereali, verdura, allevamento di animali e già un po’ di vino per consumo personale. Erano gli anni del dopoguerra, un momento in cui il comune di Castagneto Carducci fu interessato da un importante fenomeno di immigrazione. I marchigiani hanno contribuito allo sviluppo dell’economia agricola del territorio e alla valorizzazione dello stesso. Nilo e la moglie Rosa comprarono, nel ‘53, 6 ettari di terreno in località Ferruggini, dai conti della Gherardesca, proprietà poi passate ai figli. “Nel ’53 mi trasferii insieme ad un nipote e poi ho portato il resto della famiglia – scrive nel libro -. Nel ’53 sono venuto e ho seminato il terreno; venivo in treno, dormivo nella casa vecchia insieme agli altri e c’era anche Bartolomei. Io, però, sono l’unico dei “vecchi” che scesero qui ad essere ancora in vita e ricordo come “tiravamo la cinghia”. A quel tempo conoscevo il sindaco Bartolini e Granchi; io ero consigliere comunale del partito comunista. Noi siamo scesi pagando 3 milioni di lire in contanti e altri 3.000.000 con il mutuo di trent’anni. Abbiamo costruito una casa, acquistando 12 ettari e mezzo tra me e mio fratello. Lasciavo le cambiali al commercialista Macchi che erano a lunga scadenza e si rinnovavano fintanto che non gliele potevamo restituire tutte. Il fatto che scelsero noi come proprietari dei terreni fu dovuto ad una ricerca degli Incisa che mandarono addirittura il prete, don Alfredo Barsacchi, ad informarsi. I bolgheresi pensavano che “fossimo venuti col camion e che ce ne saremmo riandati a piedi o col treno!” Dicevano, inoltre, che “non avremmo ricavato un ragno dal buco”, in quanto loro, da questi poderi, non avevano mai ricavato niente, perché avevano un’altra mentalità. Ora sono l’unico dei più vecchi rimasto in vita – termina la testimonianza -. Ho cominciato andando a piedi, sono passato alla bicicletta (tra l’altro la mia prima era rubata), poi al motore e infine all’automobile (a diciotto anni ho preso la patente, senza mai aver fatto un incidente). Comincio a sentire la stanchezza di tutti questi anni pieni di lotte e conquiste, dolori e gioie!”.
I funerali si terranno oggi pomeriggio alle 15 a San Guido, la salma verrà poi trasferita al cimitero di Bolgheri.
Divina Vitale
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