Italia
Il figlio morì a 17 anni, la madre crea una Onlus per aiutare i giovani
San Vincenzo, a due mesi dalla morte del figlio Elia Barbetti parla la madre Sara Rabà: «Abbiamo creato una Onlus per aiutare i giovani. Voglio la verità sulla sua morte, ad oggi non so niente. L’indagine è in corso»
SAN VINCENZO. La morte di un figlio è un dramma devastante. Il peggiore che possa colpire un essere umano. Una ferita che niente potrà rimarginare. Un dolore di cui solo un padre e una madre che l’hanno provato riuscirà a capire l’intensità. Si sopravvive, ma niente riempirà più quel buco nero. “Vola Elia. Vola più in alto che puoi....Ti amo”, ha postato sul profilo Facebook “Un pensiero per Elia”, Sarà Rabà, la madre di Elia Barbetti, il diciassettenne di Orvieto, sanvincenzino di adozione ( giocatore di punta del San Vincenzo calcio, che i compagni avevano soprannominato Bomber o Golden boy), morto nella notte del 15 ottobre di quest’anno, dopo una caduta dal sesto piano dell’albergo-residenza per studenti Camplus Living Turro di Milano, dove con la sua classe- quella del liceo Fermi di Cecina-, era andato per visitare l’Expo.
Sara è una piccola grande donna senza più lacrime, che dopo lo strazio per la perdita della sua creatura, ha deciso di riportarla in vita almeno nella memoria. «Voglio prima di tutto la verità», afferma tornando a quel maledetto giorno dell’incidente. «La pretendo. A tutt’oggi non so niente di preciso perché l’indagine è sempre in corso». E puntualizza che lei non accusa nessuno, ma che qualcuno prima o poi dovrà spiegarle cos’ha cancellato in un attimo l’esistenza di un ragazzo come Elia «che sprizzava gioia di vivere da tutti i pori».
Una gioia di vivere che suo figlio esprimeva sia in casa che fuori. Cosa direbbe di lui se dovesse raccontarlo a chi non lo ha mai conosciuto?
«Direi che per me era il numero uno.... Ma credo che per ogni mamma il proprio figlio sia il numero uno. E spiegherei che dopo la sua scomparsa, ho scoperto, con meraviglia e incredulità, che Elia era importante anche per i suoi amici e per tutti quelli che lo avevano incrociato nella loro vita: se per me era il numero uno, per tutti era il numero 10».
Così, proprio in nome di suo figlio e di chi lo definiva il numero 10 lei ha deciso di fare qualcosa per i giovani.
«Sì. In accordo con i suoi amici- che adesso sono diventati i miei amici, i miei figli, i miei sostenitori- ho voluto trasformare un dolore insopportabile in qualcosa di positivo. E ho ideato, con l’aiuto di mio fratello, dei ragazzi e di alcune persone amiche, fra cui qualche genitore dei compagni di scuola di Elia, il “Progetto Golden Boy”, oggi diventato “Progetto Elia 10”, perché il mio ragazzo 10 lo era in tutto: era un leader, un altruista, un bomber, un punto di riferimento, un fratello. Era solare, divertente, elegante, altruista, leale.... Ma soprattutto era “uno che c’era”. C’era ogni volta che i suoi amici, ma anche chi lo conosceva appena, aveva bisogno del suo aiuto».
Chi l’ha appoggiata da subito per realizzare il progetto?
«Oltre a mio fratello e mia figlia Rebecca, una ventina di ragazzi, gli amici più stretti di Elia, che ho visto distrutti dal dolore. Venti giovani anime che non si danno ancora pace e che, lo stesso giorno della disgrazia, sono piombate a casa mia ad abbracciarmi, a sostenermi, a condividere il dolore con me. Venti adolescenti privi di strumenti per affrontare un dolore troppo forte per la loro giovane età. Un dolore grande. Un’energia che non conoscono, ma che è pur sempre energia».
E che, grazie a lei, sarà trasformata in positivo.
«Mi sono detta: “Se c’è tanto dolore significa che per mio figlio c’era tanto amore e, visto che, l’amore è immortale, attraverso questo amore Elia potrà restare con chi lo ama e lo amerà per sempre....Insieme al progetto crescerà con i suoi amici e diventerà un messaggio per tutti”. Il dolore si trasforma, il dolore fa crescere. E gli amici di Elia, ma non solo, anche tanti giovani come lui, grazie al dolore trasformato in amore cresceranno».
Qual è oggi il desiderio più grande di mamma Sara?
«Vorrei che Elia sopravvivesse a me, a suo padre, come un figlio dovrebbe sopravvivere ai propri genitori. Vorrei che accompagnasse sua sorella, che sta soffrendo moltissimo per la sua assenza, all’età adulta, prendendola per mano, e che invecchiasse con lei. Per questo farò di tutto per portare avanti “Elia.10”. E chiedo a quelli che hanno amato mio figlio, ma anche a chi crede nei giovani e vuole aiutarli a diventare adulti in modo sereno, con entusiasmo e voglia di fare, di aiutarmi a realizzare il mio sogno».
Il Comune di San Vincenzo collaborerà al suo progetto?
«Il sindaco Alessandro Bandini ha dato subito la sua adesione e spero che i cavilli burocratici non lo costringano a cambiare idea. Ma vorrei anche coinvolgere le realtà del luogo, compreso le persone di buona volontà e qualche Mecenate. Non solo: oggi alle 17 sarò in diretta su Canale 5 a “Pomeriggio Cinque”con alcuni amici di Elia, per chiedere sostegno alla nostra causa. Abbiamo bisogno di tutto perché iniziamo da zero. Ma voleremo in alto. Ne sono sicura. Lo devo a Elia, a mia figlia e a tutti quelli che mi stanno sostenendo con grande entusiasmo, anche se le difficoltà da superare non saranno certo poche».
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